Quell'amore falso e generico non annunciato dal vangelo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico


L’amore evangelico non è un amore generico, astratto, ambiguo, ma un amore ben caratterizzato nel suo specifico e inconfondibile significato di amore nella verità e nella carità annunciate da Cristo. Non è dunque un amore-carità che possa essere isolato dal suo essere innanzitutto amore-verità e che si presti ad usi ideologici e strumentali di qualsiasi genere, ivi compreso quell’uso tendenzialmente sentimentalistico e mellifluo oggi invalso nella nostra società e in alcuni settori non trascurabili della Chiesa stessa.

L’amore evangelico è essenzialmente disponibilità ad affrontare il martirio, a portare la croce e a morire persino sulla croce, ma il martirio e la rinuncia alla propria vita non devono essere fraintesi rispetto alla valenza specifica data loro da nostro Signore. Qual è la ragione, il senso preciso del martirio e del sacrificio di sé in Cristo? Si tratterà forse di un semplice esercizio mistico-ascetico da praticare a prescindere dalle particolari circostanze della vita e di un orgoglioso e aristocratico atteggiamento stoico privo di motivazioni e finalità religiose di natura altruistica ed escatologica, per cui, qualunque offesa o violenza venga arrecata a me e ai miei fratelli, io debba impormi di tacere e di desistere da ogni reazione umanamente legittima e comprensibile o addirittura necessaria? E qual è la ragione per cui non bisogna giudicare il prossimo? E’ corretto pensare che Gesù non ci consenta di rimproverare mai nessuno, di esprimere giudizi critici sugli altri, di condannare determinate condotte di vita, di provare astio verso quanti si comportino oggettivamente da ipocriti, da empi e malvagi?

Eppure Gesù tante volte, nel rivolgersi ai suoi stessi discepoli, ammoniva a “usare bene l’intelletto”, ad ascoltare in modo corretto le sue parole, a non fraintendere il suo messaggio di salvezza! E come mai Gesù non si astiene sempre e comunque dal replicare ai suoi avversari che definisce anzi non proprio di rado “ipocriti” e “razza di vipere”, come mai non esita a chiamare sarcasticamente Erode Antipa “quella volpe” (equivalente alla corrente espressione “vecchia volpe”) o a reagire verso quel soldato del Sinedrio che lo schiaffeggia ingiustamente e a cui chiede conto del suo gesto, e come mai non rinuncia in una determinata circostanza ad usare persino la forza nei confronti dei dissacratori della casa di Dio?

Se noi prescindiamo da questi significativi episodi della vita di Gesù, ben documentati nei vangeli, non possiamo capire in che senso esattamente Dio è Amore e in che senso noi stessi siamo tenuti ad amare il prossimo e a santificare la nostra vita. Al martirio, alla croce Gesù è preparato solo in quanto egli sa bene che quello che predica, quello che incarna con la sua parola e la sua vita, è cosí conflittuale rispetto al comune modo di pensare, alle molteplici forme di egoismo umano, alle convenienze e agli interessi più nascosti degli individui, da provocare generalmente nei suoi ascoltatori ostilità, maldicenza e persino una volontà omicida più o meno manifesta.

Il cristiano, quindi, non si deve predisporre alla croce indipendentemente dal fatto che voglia testimoniare fedelmente, con parole ed opere, l’integrale messaggio di Gesù, che è e resta un messaggio esigente e impegnativo, ma proprio in rapporto alla consapevolezza che chi si sforza di parlare e di agire come Gesù e in Gesù, pur con le sue insufficienze e i suoi limiti di carattere e di temperamento, non può non suscitare intorno a sé diffidenza e avversione, non può non creare conflittualità nella coscienza dei suoi interlocutori, non può non essere crocifisso nelle forme morali e giuridiche in cui volta a volta sia storicamente possibile crocifiggerlo, cosí come potrà essere amato esclusivamente da coloro che accettino e apprezzino la sua capacità di aprire la coscienza altrui alla verità, alla libertà dello spirito e alla speranza.

Il vero cristiano, quello che è pronto a subire umiliazioni e sconfitte per la sua fede in Cristo, è per amore e solo per amore che può anche rimproverare, può anche alzare la voce se la situazione lo richiede, può anche giudicare severamente certi personaggi di questo mondo se i loro immorali o malvagi comportamenti incidano negativamente sull’altrui esistenza personale e magari sull’esistenza di un’intera comunità, può anche prendere talvolta lo scudiscio e fare uso della forza nei casi in cui ad essere messi in discussione siano gli stessi princípi fondativi della società e della stessa civiltà umana. L’amore del vero cristiano è un amore intelligente, concreto, efficace anche se apparentemente perdente, è un amore remissivo ma anche combattivo, è un amore dolcissimo e insieme tagliente perché è un amore di giustizia e di pace.

Purtroppo, dai pulpiti delle nostre chiese non di rado si sentono piovere omelie insulse o addirittura fuorvianti, perché per esempio quasi mai in esse viene chiarito che l’invito di Gesù a porgere anche l’altra guancia non significa affatto che dobbiamo lasciarci massacrare fisicamente o moralmente, che il perdono cristiano presuppone il sincero pentimento di chi debba essere perdonato o quanto meno l’inconsapevolezza morale di chi abbia compiuto scientemente un misfatto o un delitto, che la giustizia veterotestamentaria di Dio resta anche se Gesù chiarisce una volta per tutte che essa è una giustizia infinitamente misericordiosa, che la buona novella dev’essere annunciata a tutti ma che bisogna essere molto guardinghi nei confronti di coloro che, nel riceverla, credenti o non credenti che siano, possano abusarne, deformarla o usarla per fini di convenienza personale.

Bisogna amare tutti, anche i nemici e pregare anche per i persecutori, e poi bisogna amarsi reciprocamente come Gesù ha amato noi: verissimo, ma cosa vuol dire questo? Forse che non dovremmo avere alcuna remora nel frequentare persone manifestamente immorali,disoneste, ipocrite e false, che non dovremmo contrastare in nulla i loro discorsi vuoti e arroganti e le loro condotte intrise di avidità e corruzione? Forse che, nel segno dell’amore cristiano, dovremmo accettare di dialogare tranquillamente con chi parla di sesso facile e divorzio facile, di liceità delle pratiche omosessuali, di eutanasia, o con chi pretende di porre sullo stesso piano tutte le fedi religiose nel tentativo di accrescere la visibilità e l’importanza della propria e ridurre quelle della fede in Cristo? Forse che il cristiano dovrebbe lasciarsi schiacciare dalla menzogna e dalle blandizie del mondo senza opporre resistenza, senza reagire adeguatamente alle molteplici idolatrie del tempo, senza ammonire in spirito di carità gli stessi cristiani “tiepidi” a cambiare radicalmente la propria vita?

Naturalmente, il cristiano impegnato, combattivo, fedele, sa bene che, quanto più la sua testimonianza è limpida, coerente, risoluta e intransigente sui valori evangelici, tanto più risulta rischiosa ed esposta alle rappresaglie dei tanti nemici, interni o esterni alla Chiesa, della Parola di Dio. Il cristiano che imbocca “la porta stretta” dei comandamenti divini non potrà che essere odiato da quelli che, nella sostanza se non nella forma, amano i piaceri e le comodità, le ambizioni e gli onori della “porta larga”di questo mondo. E’ soprattutto questo il momento in cui il cristiano, avversato o perseguitato a causa della sua fede in Cristo, non solo deve prepararsi ad affrontare un qualche genere di supplizio ma deve sforzarsi di perdonare i nemici e di pregare per la conversione dei suoi persecutori, laddove però, per l’appunto, perdono e preghiera per coloro che compiono il male e vogliono il nostro male non comporta affatto che non li si debba fronteggiare in modo adeguato pur senza collocarsi sul loro stesso livello di aggressività.

Predicare il vangelo a tutti, ivi compresi gli empi e i pubblicani di ogni epoca, è certo doveroso, ma Gesù ci avverte di stare attenti nei confronti di quelle persone profondamente bacate dentro e in malafede che, pur di non rinunciare alle proprie convenienze o al proprio orgoglio, respingono la Parola di Dio con mille sofismi e con tendenziose argomentazioni, e che, nel caso in cui si professino cristiani, tendono in modo del tutto irragionevole a depotenziare i passaggi più impegnativi e severi del messaggio evangelico. Non bisogna perdere tempo con costoro ed è molto meglio evitarli, dice il Signore, perché sono come “cani” e “porci” che non hanno né la capacità né la volontà di riconoscere e apprezzare le cose sante di Dio e le perle della sapienza divina.

Anzi, siccome questi “cani” e questi “porci” intuiscono che le cose loro dette mettono in radicale discussione il loro modo di essere, di pensare e di agire, i loro interessi o vizi personali, i loro comportamenti deliberatamente peccaminosi, il continuare a lanciare loro delle “perle” sarebbe da essi inteso non come un atto di generosità ma come una provocazione e una minaccia, sí da indurli a controbattere all’offerta con l’insulto e la violenza. Gettare una “perla” ad un “cane” e ad un “maiale” sarebbe come gettare loro una pietra con il serio rischio di essere azzannati.

Nelle parole di Gesù ritornano importanti versetti dell’Antico Testamento: «La parola del Signore è per loro oggetto di scherno, non ne vogliono sapere» (Ger 6, 10); «Come anello d'oro e collana preziosa è un saggio che ammonisce un orecchio attento» (Pr, 25, 12); «Mi percuota il giusto e il fedele mi corregga» (Sl 141, 5). Ragion per cui Gesù sconsiglia di parlare di argomenti santi a persone stolte, superficiali o perverse, ivi compresi coloro che si accostano come sacerdoti o semplici credenti alla mensa eucaristica solo per educazione, per abitudine o per una distorta e approssimativa percezione del sacro. Il Signore, pur sapendo che i suoi fedeli seguaci sono destinati ad essere disprezzati o ignorati dai più e che il punto di approdo della loro vita è pur sempre la croce, cerca di proteggerli nel miglior modo possibile, ben conscio del fatto che «chi corregge il beffardo se ne attira il disprezzo, chi rimprovera l’empio se ne attira l’insulto» (Pr 9, 7-8).