La solitudine di Maria di Nazaret

Scritto da Michele Terranova on . Postato in Articoli e studi

 

Maria, madre di Gesù, conobbe una struggente solitudine almeno in tre momenti della sua vita: subito dopo aver saputo dall’angelo che sarebbe diventata madre di Dio, quando Gesù sembrò volerne disconoscere pubblicamente la maternità e quando fu letteralmente distrutta dal dolore ai piedi della croce su cui era stato crocifisso suo figlio. Non c’è agiografia mariana che possa minimamente attenuare il fatto che in quei momenti Maria si trovò assolutamente sola con se stessa, con le sue paure di donna e di essere umano travolto da eventi oggettivamente drammatici e spaventosi.

La prima volta, quando venne a sapere che il grembo suo stava per accogliere il figlio dell’Altissimo, ella fu colta indubbiamente da una sensazione inebriante di stupore e di felicità, ma subito dopo, specialmente quando la cugina Elisabetta le fece comprendere che il prodigio si era in lei realizzato, cominciò a rendersi conto delle enormi difficoltà psicologiche e pratico-esistenziali che avrebbe dovuto affrontare. Come avrebbe fatto a convincere i familiari, i conoscenti, il suo Giuseppe di tutto quello che le era successo? Come avrebbe fatto ad evitare le dicerie della gente e il pubblico disonore? Come si sarebbe potuta sottrarre alla pena della lapidazione prevista per un caso come quello in cui lei si trovava?

 La fede, certo, non la abbandonò, ma la fede non le garantiva che sarebbe uscita indenne da quella situazione angosciante. La fede non poté allontanare i suoi timori sino a quando non vide i segni della benevolenza divina in un progressivo schiarimento di quella vicenda. Maria in quel frangente sperimentò il destino di figlia prescelta da Dio, un destino di appassionata e audace apertura al mistero e insieme un destino di non voluta solitudine rispetto al mondo circostante, ai propri simili, alle proprie esigenze di calma e di riposo.

La seconda volta Maria dovette sperimentare una solitudine ancora più traumatica. Per trent’anni era stata in compagnia del figlio e, per quanto avesse sempre saputo che quel figlio era in realtà il Figlio dell’Altissimo venuto in terra per compiere una speciale missione di salvezza, si era sempre sentita profondamente amata come madre da Gesù. Poi, all’improvviso, quando Gesù iniziò la sua attività pubblica e per forza di cose dovette allontanarsi dalla madre, l’apparente rinnegamento: Maria con alcuni familiari, che avevano sentito dire insistentemente che il figlio era uscito di senno, si era molto preoccupata ed era andata a cercarlo per riportarlo a casa, ma Gesù, ben conscio di quel che stava facendo, non sembrò apprezzare quella sorta di interferenza nella sua pubblica attività sacerdotale  e colse l’occasione per precisare che a lui interessava molto più una parentela spirituale che una parentela di sangue.

Maria successivamente avrebbe di sicuro compreso il senso di quelle parole, ma in quel momento vedendosi respinta o non accolta davanti a tutti dal figlio, come dovette sentirsi? La gente come avrebbe interpretato le parole del figlio? Forse come manifestazione di un forte sentimento di indipendenza da parte di un figlio ormai adulto nei confronti di una madre probabilmente possessiva ed oppressiva, oppure ancor più maliziosamente come espressione della volontà lungamente repressa di Gesù di portare alla luce che quella donna in effetti non fosse sua madre? Non è improbabile che in quel frangente sia accaduto a Maria quel che può accadere ad una donna qualunque: di sentire il mondo crollarle addosso.

La terza volta che a Maria toccò di vivere una solitudine sconvolgente e sconfinata fu ai piedi della croce con suo figlio ormai moribondo. Per dire la verità, anche Maria, dal momento in cui Gesù era stato arrestato al momento in cui era stato crocifisso, aveva vissuto insieme al figlio la crudeltà della via crucis: aveva sentito e visto di tutto, aveva sentito gli insulti indirizzati al figlio e probabilmente anche qualche insulto o qualche brutto epiteto indirizzato a lei stessa e aveva visto il figlio duramente percosso ed umiliato, sbeffeggiato e irriso in tutti i modi possibili ed immaginabili; lungo tutta l’ascesa al calvario si era sentita più volte trafiggere il cuore, mancare il respiro e priva di forze, e aveva dovuto provare tutto l’avvilimento di una donna che, dopo aver fedelmente servito il Signore sin dalla più tenera infanzia, aver parlato con lui e averlo accolto fisicamente e spiritualmente nella sua vita, adesso veniva spogliata di tutto, del suo affetto più caro e persino della sua dignità personale.

Sotto la croce stabat mater, ma stava dritta forse non tanto perché sostenuta dalla forza della dignità, quanto perché impietrita dalla tensione e dal dolore. In quel momento, probabilmente, Maria non sapeva più cosa fosse la dignità umana: come Gesù, giunto a condividere la mancanza di dignità di tutti i crocifissi della vita e della storia, ormai prigioniero della sua agonia e non più in grado di dominare le leggi della vita psichica e biologica, anche lei era come svuotata di ogni energia, non pensava più, non sentiva più niente e forse sentiva estranea persino la fede. Stava perdendo il figlio suo, stava perdendo il suo Dio, stava perdendo le ragioni stesse della sua vita e avrebbe voluto solo morire con il figlio.

Invece visse per volontà di Dio, e a dispetto della malvagità, dell’odio e del disprezzo ricevuti, venne proclamata con un filo di voce dal crocifisso prossimo a spirare madre dell’umanità, madre di ognuno di noi, madre della Chiesa e di una Chiesa verginale appena uscita dalla mente divina, oltre che naturalmente madre del fedele apostolo Giovanni. Maria non capì subito tutto questo ma intuí che il senso delle parole di Gesù era ancora una volta meno scontato di quel che poteva sembrare. Forse proprio in quel momento si allentò leggermente la solitudine di Maria, ebbe come un piccolo sollievo in un oceano di amarezza e di sconforto: proclamandola madre del genere umano, Dio a lei che non aveva avuto alcun figlio puramente terreno aveva affidato tutti i figli e le figlie della terra rendendola madre universale di tutte le creature per essere amata e riamata da quest’ultime per l’eternità.

Da quel momento in poi la santissima madre di Dio, che per il suo inesausto amore verso il suo Creatore era sprofondata in un abisso di solitudine, sarebbe stata inondata dalla gratitudine, dalle preghiere, dalle lodi e dall’amore di tutte le generazioni della storia. Ha scritto Giovanni Damasceno: «Colei che aveva portato nel suo grembo il Creatore, fatto bambino, doveva abitare nei tabernacoli divini. Colei che fu presa in sposa dal Padre, non poteva che trovare dimora nelle sedi celesti. Doveva contemplare il suo Figlio alla gloria della destra del Padre, Lei che lo aveva visto sulla croce, Lei che era stata preservata dal dolore, quando lo aveva dato alla luce, ed era stata trapassata dalla spada del dolore quando lo vide morire. Era giusto che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio, e che fosse onorata da tutte le creature come Madre e Ancella di Dio». Una volta assunta in cielo, la santissima madre di Dio avrebbe capito che tutte quelle sofferenze aveva dovuto subire sulla terra per diventare regina degli esseri celesti e degli esseri umani, regina amatissima delle nostre vite per sempre.