Misericordia senza retorica

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico


Non di rado si sente dire che la Chiesa, nonostante i continui inviti di papa Francesco ad essere misericordiosi sempre e comunque, in realtà sia ancora incapace di misericordia come starebbero a dimostrare la sua persistente volontà di imporre il celibato ai preti, il suo ancora non rimosso antifemminismo, la sua perdurante concezione repressiva della sessualità e del piacere sessuale, il suo culto quasi idolatrico della persona del papa, la sua duplice pretesa di essere l’unica depositaria di un’eterna ed immutabile verità e di essere l’unica realtà storico-istituzionale e storico-sacramentale in cui gli esseri umani possano trovare la loro salvezza.

Purtroppo, per coloro che ravvedono la mancanza di misericordia in tutto ciò, piuttosto che in determinati e concreti comportamenti umani di coloro che a diverso titolo e in diversi modi fanno parte o dicono di far parte della Chiesa, sussiste un grave problema: quello per cui essi non sempre riescono a tenere unito il concetto di misericordia a quello di verità e di giustizia e, più esattamente, di verità e giustizia divine.

Purtroppo, sino a quando la misericordia continuerà ad essere usata non già in rapporto ai veri insegnamenti e alla effettiva volontà di Cristo ma in rapporto a talune tendenze emotive e sentimentali di uomini e donne o a determinate loro aspettative esistenziali decisamente soggettive, non necessariamente rispondenti ad un loro oggettivo bisogno di amore e di felicità e soprattutto prive di piena legittimazione evangelica, il significato di questa parola non potrà che risultare confuso, equivoco, scorretto e arbitrario, configurandosi quale fonte costante di disorientamento valutativo e di turbamento spirituale per le coscienze.

Questo per dire anche che il ritenere assurde pretese della Chiesa cattolica (e quindi di una Chiesa proprio per questo ben poco misericordiosa), cose come il celibato dei preti, il presunto antifemminismo, l’idea repressiva della sessualità, la rivendicata funzione di custodire e trasmettere nella sua forma originaria o almeno più originaria possibile la verità predicata da Gesù e infine la rivendicazione di una missione salvifica universale, è solo il frutto di una notevole ignoranza teologica, mal compensata dall’eventuale presenza di enciclopediche forme di erudizione biblica, e soprattutto di una cecità spirituale spacciata per spirito critico.

Forse solo per ciò che concerne l’asserito culto della persona del pontefice, si potrebbe concedere il beneficio del dubbio, ma anche in questo caso è da precisare che altro è il dovuto e filiale rispetto di tutti i fedeli verso il vicario di Cristo, altro è un eccessivo culto della personalità anche in relazione al capo della Chiesa, quale può essere quello incentivato non tanto dalla struttura gerarchica di quest’ultima quanto da una società massmediale che tende a trasformare meccanicamente persino le realtà più serie e attendibili di questo nostro convulso mondo in oggetti idolatrici di chiacchiera e di consumo.

Ogni fedele, naturalmente, è tenuto a pregare con sincerità per il Pastore dei pastori anche o soprattutto quando si può essere tentati di pensare, in perfetta buona fede, che egli dovrebbe essere più chiaro o esaustivo su determinati temi (per esempio sulla reiterata ma non giustificata indisponibilità della Chiesa a ripristinare l’ordinazione sacerdotale dei cosiddetti viri probati pur contemplata da un’antica e non marginale tradizione della Chiesa, oppure, su un fronte completamente diverso, su una questione oggi cosí strumentalmente e perversamente agitata persino in ambito religioso quale quella della pretesa legittimazione del cosiddetto matrimonio omosessuale che si vorrebbe stoltamente equiparare al matrimonio eterosessuale con conseguenze che sarebbero semplicemente devastanti per la famiglia e per la stessa vita sociale) restringendo il più possibile i margini per interpretazioni tendenziose e usi strumentali delle sue parole e della sua stessa azione pastorale, ma in definitiva, quale che sia il grado di consonanza spirituale dei singoli fedeli con il papa o meglio con determinati e specifici momenti o aspetti di questo o quel pontificato, non è contemplata da nessuna parte, nel quadro della storia della Chiesa, una pratica ecclesiale volta a istituire una sorta di intangibile sacralità normativa della figura o della condotta del papa.

Persino un appellativo come “Santo Padre”, il cui uso sembra essere esplicitamente sconsigliato dal vangelo per quanto riguarda gli stessi uomini di Chiesa, o un dogma come quello dell’ “infallibilità” pontificia, sono dovuti ben più a motivi storici contingenti che non a sostanziali ragioni teologiche e spirituali: il primo pare sia entrato stabilmente in uso nel corso del IV secolo d. C., per accentuare adeguatamente la superiorità del primato papale dei legittimi successori di Pietro rispetto al potere riconosciuto al patriarca di Costantinopoli, mentre il secondo fu approvato dal Concilio Vaticano I il 18 luglio del 1870, quando, essendo ormai imminente la fine del potere temporale dei papi, la Chiesa ritenne opportuno ricordare e sottolineare in forma solenne e persino dogmatica che, per quanto ridimensionabile in termini di potere e detronizzabile sul piano politico, il papa, il vicario di Cristo in terra, avrebbe sempre e comunque conservato, anche in presenza di contingenze storiche avverse, la sua ispirata infallibilità dottrinale e spirituale in materia di fede e di costumi morali.

Va tuttavia notato che finora questo dogma ha trovato un’utilizzazione pratica, e oltremodo proficua, soltanto in due occasioni: con papa Pio IX, quando volle affermare l’Immacolata Concezione di Maria l’8 dicembre del 1854, e con papa Pio XII quando volle affermare l’Assunzione in cielo, in corpo e anima, della Santissima Vergine Maria l’1 novembre del 1950.

Ciò detto e precisato, alla particolare autorevolezza di cui in ogni caso gode nel mondo il pontefice cattolico, non si può certo ascrivere la responsabilità di quel deficit di misericordia che molti vorrebbero oggi imputare alla Chiesa. Il papa ha non tanto il diritto quanto il dovere di dettare la linea all’intera comunità ecclesiale, anche se è la Chiesa, nella sua totalità e nella diversità dei suoi ministeri e dei suoi carismi, che è chiamata a testimoniare unitariamente la sua fede in Cristo morto e risorto e nell’universalità dei suoi insegnamenti.

In questo senso, può essere, come è, anche doveroso criticare abnormità o distorsioni storiche presenti nel corpo della Chiesa e comportamenti scorretti o inadeguati presenti tra i suoi fedeli a prescindere dal ruolo o dalla funzione specifica che ognuno vi viene svolgendo.

Ma pensare che la misericordia cristiana debba intendersi come disponibilità ad accogliere e a legittimare tutte le istanze, le aspettative o, molto più spesso, le false esigenze e le voglie capricciose di chicchesia, significa semplicemente pretendere di trasformare un essenziale e prezioso dono di Dio in un disastroso e letale inganno di Satana. La misericordia cristiana ha i suoi punti fermi e invalicabili, che la comunità religiosa nel suo insieme, a cominciare dal papa, non solo non può alterare ma deve soprattutto custodire e salvaguardare contro i nemici possibili o reali della fede. Questi punti fermi e invalicabili sono costituiti, in sintesi, dalla verità e dalla giustizia divine secondo l’interpretazione più aggiornata e compiuta che ne ha fatto nostro Signore Gesù Cristo e che sarebbe illusorio pensare di comprendere e assimilare spiritualmente una volta per tutte specialmente al di fuori della tradizione e del santo magistero della Chiesa.

Dopo Cristo, chi vuol seguirlo sul serio sa bene come e quando, pur essendo consapevole dei propri limiti, può e deve giudicare, criticare, ammonire, o, al contrario, tacere, pazientare, aspettare fiduciosamente il suo glorioso ritorno. Per misericordia, per una misericordia senza retorica che è quella che Cristo ci ha trasmesso, si può e si deve abbracciare il prossimo disposto ad essere amato ed aiutato solo nel nome e in funzione della divina volontà, allo stesso modo di come ogni peccatore viene inondato dalla misericordia e dalla grazia di Dio solo se ha la capacità spirituale di non razionalizzare le sue carenze e le sue manchevolezze e di riconoscerle apertamente per quello che sono: colpe immonde per le quali si chiede continuamente perdono e delle quali si fa continuamente ammenda con una vita di profonda e sincera contrizione al cospetto di Dio.