La misericordia tradita

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico


La reazione più istintiva a chi deturpa la parola di Dio, a chi in particolare per quanto riguarda il tema della misericordia se ne serve deliberatamente per giustificare esigenze personali di basso profilo o comportamenti collettivi di tipo conformistico o più semplicemente presunte istanze umanitarie potentemente propagandate nel quadro della società di comunicazione di massa, sarebbe quella di liquidarlo come semplice lestofante e rozzo provocatore che non merita alcuna risposta.

Ma, siccome c’è anche chi come papa Francesco, in buona fede e con uno slancio pastorale ammirevole seppur esposto talvolta al rischio di essere frainteso e strumentalizzato per via di un eloquio coinvolgente ma non sempre perfettamente controllato sotto l’aspetto teologico-dottrinario, tratta il tema della misericordia divina e della misericordia tra gli uomini come tema centrale della sua attività magisteriale e pastorale, è necessario non stancarsi di tornare spesso su questo argomento per cooperare attivamente, insieme al pontefice, ad una difesa quanto più possibile veritiera ed efficace della fede in Cristo.

Sebbene il papa non trascuri affatto di fare riferimento a concetti essenziali della dottrina cristiana quali quello di verità, peccato originale, propensione umana al male non meno che al bene, lotta spirituale contro il maligno, inferno e paradiso, giustizia e giudizio divini, l’enfasi che egli pone sulla gratuità divina del perdono e sulla obbligatorietà spirituale del credente di esercitarlo in modo incondizionato verso il suo prossimo, sul dovere ecclesiale di aprirsi al mondo e di dialogare con tutti, sulla necessità religiosa di rompere con ogni rappresentazione ipocrita della fede e di praticare la carità anche a scapito non solo delle convenienze sociali ma anche di taluni necessari ed elementari criteri di giustizia cui gli Stati possono legittimamente decidere di conformarsi per assicurare la sicurezza dei propri cittadini in rapporto a massicce ondate migratorie che interessano oggi il nostro Paese e il nostro continente, finisce inevitabilmente per autorizzare alcuni lestofanti di professione, alcune menti confuse anche in ambito cattolico, e molti spiriti inetti e decadenti del nostro tempo, a proporre o ad accettare letture molto unilaterali e arbitrarie dei santi vangeli e a sostenere idee non solo errate o bizzarre ma gravemente lesive dell’autenticità degli insegnamenti di nostro Signore.

Papa Francesco, che appare molto impegnato ai fini di una profonda umanizzazione del mondo, deve essere aiutato dall’intera comunità ecclesiale ad evangelizzare le anime e i popoli, sotto il soffio imprevedibile e multidirezionale dello Spirito Santo. Non deve essere lasciato solo perché persino Gesù si lasciò convincere qualche volta a fare cose che non avrebbe voluto fare (non solo da parte della madre Maria, per esempio, ma anche da una semplice donna non ebrea di origine siro-fenicia) ed ebbe a patire la solitudine allorché nel Getsemani si accorse che era rimasto solo a pregare mentre tre fedelissimi come Pietro, Giovanni e Giacomo si erano addormentati. Il pastore dei pastori non può dunque desiderare di pregare, pensare e decidere in totale solitudine, ma, avendone la concreta opportunità, deve ascoltare molto attentamente il suo popolo, specialmente quella parte minoritaria e non supponente di esso che forse sente più distante da sé.

Purtroppo, è sempre più insistente l’equiparazione dell’amore viscerale di Dio per gli uomini all’amore viscerale, unilaterale, incondizionato, che un qualunque genitore  potrebbe manifestare verso i propri figli in modo del tutto istintivo e indifferente alle loro scelte di vita, al loro modo di comportarsi e di essere. L’amore di Dio non è di questa natura, innanzitutto perché egli non è un semplice genitore bensí un creatore che ama sempre e comunque le sue creature ma nei limiti in cui esse, prima o poi, scelgano liberamente di contraccambiarne, sia pure tra errori, incertezze e cadute, l’amore con una fiducia e uno slancio affettivo sinceri e incondizionati; in secondo luogo, perché egli è un Creatore ed un Salvatore che, vivendo proprio come uomo pur essendo Dio, fa sgorgare il suo amore da un logos perfetto e compiuto e dalla necessità spirituale in esso prevista del sacrificio altruistico e quindi della croce e non certo da semplici esigenze psichiche, amicali e sentimentali, come quelle che sono generalmente alla base dei rapporti d’amore intercorrenti tra esseri umani; in terzo luogo, perché egli è un Creatore e un Salvatore con l’ulteriore prerogativa di essere Giudice che, per amore, fa di tutto per essere giusto sia verso coloro che almeno tendenzialmente lo abbiano cercato e amato, sia verso coloro che lo abbiano sostanzialmente respinto e ignorato. Le regole dell’amore gradito al Signore si trovano chiaramente scritte nei testi biblici e, più specificamente, nei vangeli. Chiunque voglia parlare in modo sensato della misericordia divina, deve muovere da questo punto ineludibile e deve accettare le parole di Gesù secondo le quali i suoi amici sono solo coloro che obbediscono ai suoi comandamenti (Gv 15, 10)? Comandamenti, non semplici consigli o suggerimenti!

La misericordia divina non può essere compresa, ma può essere solo fraintesa, a prescindere da tutta una serie di altre non meno importanti caratteristiche ontologiche della divinità, quali il suo essere verità e insieme di strumenti spirituali ben definiti per perseguirla, il suo essere giustizia molto sensibile alla capacità o incapacità volontaria degli uomini di aderire ai precetti divini, il suo essere giudizio che decreta premi e condanne per ciascun essere umano. Il Dio evangelico, il Dio cristiano, non può essere smembrato e utilizzato a proprio piacimento accentuando questo o quell’aspetto della sua realtà ontologica e sovrannaturale, ma può essere correttamente conosciuto e adorato solo nell’insieme delle sue articolazioni costitutive, per cui non sarà possibile lodarlo come Dio di misericordia piuttosto che come Dio di verità e di giustizia o come Dio vero e giusto piuttosto che come Dio misericordioso.

Di conseguenza, anche il credente non potrà e non dovrà confidare in un Dio indiscriminatamente misericordioso, o in un Dio propenso a sacrificare la sua giustizia al suo spirito compassionevole, e infine in un Dio cosí caritatevole da rinunciare a distinguere definitivamente tra “i benedetti” e “i maledetti” di Dio stesso. La misericordia divina è infinita ma non è indiscriminata perché è la stessa verità divina a renderla inesauribile ma al tempo stesso orientata al raggiungimento di ciò che è bene e non di ciò che è male per le creature, cosí come la giustizia divina non è altro dalla divina misericordia costituendone invece il criterio intrinseco e distintivo o la fonte primaria. Solo un Dio giusto può essere misericordioso perché la misericordia divina ha pur sempre una ratio, non è data né a caso né in modo irrazionale o arbitrario, ed ha una precisa finalità, quella della auspicabile conversione di coloro che la ricevono e ne beneficiano.

Dio è misericordioso per natura ma anche con sapienza: per lui è giusto che le sue creature siano inondate dalla sua misericordia perché ognuna di esse abbia la stessa possibilità di convertirsi a Cristo e di raggiungere la salvezza. Perché Dio dovrebbe essere compassionevole verso poveri e miseri che invochino sinceramente il suo aiuto se non in quanto Dio stesso ritenga giusto aprire e tenere sempre aperto il suo cuore di Padre verso le creature che avvertono o potrebbero avvertire il bisogno del suo amore e del suo perdono? Perché Dio si sarebbe umiliato per amore dell’umanità nel discendere verso l’uomo se non per aver giudicato giusto questo inaudito atto di misericordia ai fini di una salvezza non parziale (morale, economica o politica) ma integrale (la vita oltre la morte) degli uomini? Il Cristo si è sacrificato per noi tutti, perché ha ritenuto giusto che solo attraverso il suo esempio l’uomo potesse credere pienamente in lui e sforzarsi di seguirne le orme al fine di risorgere in lui e con lui.

Dio non concede il perdono a chi si ostina a permanere nel peccato, a chi non riconosce o non accusa realmente e interamente le proprie colpe e non si penta con cuore profondamente contrito dei propri peccati, perché il peccato deliberato è ingiusto, il peccato privo di pentimento viola la giustizia divina, la santità divina, la possibilità stessa di Dio di accogliere in sé cose empie e inique. L’uomo può appellarsi legittimamente alla misericordia del Signore se riconosce la sua malattia e gli effetti negativi che ne conseguono, se lo implora non per essere liberato solo dalle contrarietà fisiche e materiali della sua esistenza ma soprattutto dai vizi e dalle cattive abitudini che ne minano la salute e la salvezza spirituali.

Dio perdona sempre, a condizione che ci si penta delle proprie colpe, come fa il buon ladrone sulla croce, o, al limite, che non si sappia quel che si fa, proprio come quei soldati romani che crocifissero Cristo senza aver coscienza, in quanto pagani, del male che in quel momento stavano facendo. Le famose parole di Gesù sulla croce, contrariamente a una lunga tradizione che ha voluto interpretarle in senso largo o esteso (cioè come concessione di perdono anche a quanti non facciano richiesta di perdono) devono essere intese in senso ristretto ovvero come riferite non a tutti gli uomini indistintamente e indiscriminatamente, ma solo a quei pagani che lo deridevano e lo uccidevano senza aver potuto ancora beneficiare della predicazione e dell’opera di Cristo. Altrimenti, non si spiegherebbe perché a Pilato che gli dice di avere il potere di liberarlo o di farlo crocifiggere, Gesù risponde: «Non avresti nessun potere su di me se non ti fosse dato da Dio. Perciò chi mi ha messo nelle tue mani», ovvero la classe sacerdotale degli Anna e dei Caifa, «è più colpevole di te» (Gv 19, 8-11). Qui il Cristo non parla affatto di perdono, proprio perché chi ne avrebbe bisogno, Pilato ma soprattutto i sacerdoti del Tempio e implicitamente i loro seguaci o sostenitori, non solo non lo chiedono ma sono spiritualmente cosí cechi da non riconoscere il grave peccato commesso contro il Figlio dell’uomo e il Figlio di Dio.

D'altra parte, può accadere anche che il singolo e degno seguace di Cristo, capace di testimoniarlo sino all'effusione del proprio sangue, sia talmente inondato di Spirito Santo e si senta cosí ricco della presenza di Dio da invocarne in punto di morte il perdono per i suoi carnefici: questo è l'esempio del primo martire cristiano ovvero di santo Stefano. Ma quest'esempio, per quanto prezioso per la vita e la fede cristiane di chi singolarmente abbia a patire per amore del Signore oltraggi e persecuzioni violente e omicide, costituisce una possibile modalità evangelica tra possibili altre modalità evangeliche di espressione di quel perdono verso il prossimo cui noi siamo comunque tenuti. Peraltro, evangelicamente non risulta che qualcuno abbia mai chiesto il perdono per Erode il Grande, autore della "strage degli innocenti", o per Erode Antìpa, che decretò la decapitazione di Giovanni Battista, o per lo stesso Pilato che pure in qualche modo si sarebbe adoperato per sottrarre Cristo alla pena capitale. Né infine nelle preghiere liturgiche della Chiesa, nelle quali ha sempre avuto posto una richiesta di perdono per quei giudei che vollero la morte di Cristo e per quello stesso popolo giudaico che ancora oggi non ne riconosce la divinità, si trova traccia di una qualche richiesta di perdono per figure sanguinarie del mondo contemporaneo come Hitler, Stalin o il cambogiano Pol Pot.

Dio perdona tutto, tranne che, come tutti sanno, il peccato contro lo Spirito Santo, e quindi in primis contro la reiterata offerta divina di salvezza. Bisogna guardarsi da quella insulsa retorica del perdono cristiano che oggi rischia di essere funzionale ad una proliferazione di iniquità in rapporto agli uomini e a Dio molto più che ad un presunto perseguimento di obiettivi realistici di pace nel mondo e di pacificazione interiore. Il perdono può essere concesso da Dio, come dagli uomini offesi da altri uomini, solo se richiesto; in caso contrario, si può e si deve solo pregare per i propri persecutori perché il Signore li aiuti a ravvedersi e a cambiar vita.

Non è affatto vero, come qualcuno scrive, che il Signore condona i peccati anche a quanti non gli chiedono perdono. Proprio perché il perdono è "la più alta espressione del dono" bisogna parlarne e farne uso con molta serietà, con riflessiva sobrietà e con un tatto spirituale per mezzo del quale si faccia di tutto per evitarne facili e rovinosi fraintendimenti, versioni distorte o strumentali,  applicazioni improprie o farisaiche. Il perdono divino va a chi ha il cuore contrito, il perdono umano va a chi si mostra sinceramente pentito dei suoi errori e dei suoi peccati verso il suo prossimo: la misericordia divina può certo sopravanzare ogni pur ragionevole e onesta aspettativa umana e religiosa, ma dalle Sacre Scritture, ivi compreso il Nuovo Testamento, non pare possibile ricavare una concezione del perdono verticale e orizzontale che non muova dal presupposto di un vero pentimento interiore.

Evangelicamente, tutti quelli che Gesù guarisce e sana nel corpo e nello spirito sono persone che mostrano di avere fede in lui in quanto Messia e quindi innanzitutto e implicitamente nella sua divina facoltà di perdonare i peccati. Peraltro, anche in questo caso, se il perdono evangelico fosse da intendere come mero perdonismo meccanico e quasi come una sorta di sadico obbligo psicologico a perdonare chi ci abbia offeso in modo certo e inequivocabile, sarebbe molto difficile da interpretare quel passo di Luca 17, 3-4, che recita: «Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».

Qui ci sono ben tre “se” che pongono sempre la stessa condizione: se qualcuno offende te o chiunque altro puoi senz’altro rimproverarlo; se si pente sul serio del male commesso lo devi perdonare; se anche ti offende spesso e ogni volta si pente sinceramente di averti offeso chiedendoti scusa, non puoi fare altro che accettare le scuse e perdonarlo. Il perdono, quindi, può e deve essere concesso sempre ma alla condizione che esso sia esplicitamente o concretamente richiesto dall’offensore, dall’aggressore o dal denigratore di turno.

Questo per dire anche che gli odierni teorici, anche cattolici, della libertà dei costumi, del cosiddetto matrimonio omosessuale, della liceità di pratiche sessuali omosessuali, di pratiche eutanasiche, di forme avanzate ma equivoche di tolleranza religiosa e quant’altro, pur illudendosi di perorare in questo modo, nel nome degli ideali evangelici, cause di autentica solidarietà umana e di libertà, non solo incoraggiano coloro che vorrebbero tutelare a permanere nell’ambito di imperdonabili condotte di peccato, ma, perseverando nell’errore, condannano se stessi ad una condanna senz’appello: quella che il Cristo riserva a tutti «gli operatori recidivi di iniquità» (Mt 13, 41). Può darsi sia vero che, come è stato scritto, per Gesù “l’etica del bisogno” venisse prima “dell’etica del dovere”, ma occorre precisare che, per quanto riguarda Gesù, l’etica del bisogno è in primis etica del bisogno di verità. Non so quante volte la misericordia divina sia stata maldestramente usata e quindi tradita nella storia degli uomini: ai cristiani del XXI secolo spetta il compito di coglierne o recuperarne, anche per mezzo di una testimonianza militante assai rigorosa, il senso originario e costitutivo affinché essa sia sempre meno soggetta a tradimenti di qualunque genere.