Non tentare il Signore Dio tuo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Dio è in mezzo a noi e con noi, ovvero tra noi che viviamo qui su questa terra e in questo preciso istante ed è insieme a noi ovvero inseparabile compagno di ognuno di noi, sempre pronto ad aiutarci, a confortarci, a resistere alle tentazioni, a rialzarci dopo ogni caduta, ma non è un Dio che si metta al posto nostro, che si sostituisca a noi, esautorandoci dalla responsabilità di giudicare, valutare, decidere, scegliere, e risolvendo problemi che da soli non siamo capaci di risolvere. Sembra una precisazione ovvia, ma non lo è, se si pensa che persino soggetti dotati di elevata spiritualità non di rado incorrono nell’errore di invocare il Signore affinché li liberi da tutte quelle tentazioni che mettono a dura prova la loro tenuta spirituale. Si pensi agli stessi apostoli: Pietro non vorrebbe che Cristo fosse catturato e messo a morte dagli uomini, Paolo si lamenta del fatto che il Signore non lo assecondi nel suo desiderio di non essere più afflitto da quella dolorosa “spina nella carne”, per non dire di un Giuda che riponeva in Cristo i propri sogni di potere e gloria terreni.

Ma sono poi molti i santi che avrebbero voluto essere sottratti alle proprie imperfezioni, ai propri limiti morali, ai propri bisogni fisici, per accelerare il loro incontro con Cristo in una condizione di assoluto e purissimo amore. E ancor più numerosi sono gli altri, coloro che, molto appesantiti dalle preoccupazioni e dalle ansie quotidiane, chiedono a Dio di murare le fonti di tanta sofferenza e di mutarle in fonti di inesauribile serenità.

Ma come insegnano le Sacre Scritture il Signore è con le sue creature, non al loro posto, le accompagna nel duro cammino che devono fare per raggiungere la meta senza tuttavia esonerarle dal farlo, le sostiene contro pericoli e lutti di ogni genere ma non le esime dallo sperimentarne il drammatico peso. Il Signore salva ma nella fatica e nel dolore, non dalla fatica e dal dolore, nella reiterata e sofferta offerta di sé e non a prescindere da essa, perché la vita, la vita eterna è oltre la morte ma nasce dalla morte.

Come scrive un apprezzato teologo, a volte non ci si accorge di voler sottoporre a tentazione Dio stesso: «fammi, dammi, risolvi i miei problemi, manda angeli. Buttarsi nel vuoto e aspettare un volo d'angeli, non è fede, ma la sua caricatura: cercare il Dio dei miracoli, il bancomat delle grazie, colui che agisce al posto mio invece che insieme con me, forza della mia forza, luce sul mio cammino» (E. Ronchi, Le tentazioni? Non si evitano, sono da attraversare, in “L’Avvenire” dell’11 febbraio 2016). Non è che Dio non faccia miracoli: ma sono l’eccezione, non la regola, e anzi hanno la funzione di aiutarci a capire che il senso salvifico della nostra vita è tutto racchiuso nella nostra capacità spirituale di abbandonarci a Dio secondo la categoria della regola e non secondo quella della straordinarietà.

Il racconto evangelico delle tentazioni di Gesù che altro è se non un richiamo all’interminabile lavoro di mettere ordine nelle nostre decisioni e scelte? Come Gesù, anche noi siamo tentati di riempire la nostra vita di beni materiali ponendo in secondo piano la Parola di Dio, di affidarci a un Dio mago sempre a nostro servizio, di perseguire il potere o il successo sia pure in forme molto sottili. Eppure, sta scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo”. Io so che il Signore è e sarà con me, ma non posso pretendere che lo sia come lo vorrei io e che mi conceda tutto quel che chiedo, anche se quel che chiedo fosse pensato in rapporto alla mia salute spirituale, perché dovrei sapere e sperare al contrario che sia con me come Lui vorrà ed essere certo che, pregando, otterrò tutto ciò di cui ho realmente bisogno.

Si narra di un monaco orientale dei primi secoli di cristianesimo, di un monaco molto umile, molto pio e caritatevole, molto impegnato nell’onorare il Signore e i suoi insegnamenti. Questo monaco aveva un solo problema anche se rilevante: l’incontinenza, un’esuberante sensualità che egli riusciva solo a reprimere con atti solitari di impurità. La sua preghiera a Dio, perciò, era costante e drammatica. Pare che il Signore una volta gli rispondesse: “figlio, apprezzo il bene che fai e il modo in cui cerchi di essermi fedele, ma la tua particolare vulnerabilità ti è necessaria finché la tua fedeltà a me non sia perfetta!”. Qualche anno prima della sua morte, quel monaco sarebbe stato esaudito.

Mutatis mutandis, nei diversi contesti esistenziali, è cosí e dev’essere cosí per ognuno di noi. Non dobbiamo snaturare la nostra fede, non dobbiamo stancarci di pregare solo perché la risposta di Dio ci sembri lenta o inesistente, non dobbiamo tentare il Signore Dio nostro, ma dobbiamo impegnarci seriamente ad esser migliori di quel che siamo, quali che siano i nostri limiti personali, implorando la divina misericordia, certi che prima o poi il Signore saprà ricompensarci della nostra coraggiosa e prolungata attesa.