Se misericordia dev'essere

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico


Se misericordia dev’essere misericordia sia veramente per tutti: non è possibile che essa debba valere per i nemici dichiarati di Cristo, per tanti laici agnostici o addirittura atei, per soggetti di fede diversa da quella cristiana, per i fratelli cristiani separati dalla Chiesa cattolica, per i poveri immigrati che non sanno più dove andare per vivere in pace e che tuttavia costituiscono un problema epocale oltremodo impegnativo per tutti, per donne di facili costumi, per divorziati e risposati, per drogati e omosessuali, per carcerati e reclusi di ogni genere, e non possa e non debba valere invece, dentro e fuori della Chiesa istituzionale, per i corrotti, i potenti, i ricchi sfondati, gli arrivisti, i pedofili, i preti talvolta severi e intransigenti verso i fedeli loro affidati, i cosiddetti “fondamentalisti” cattolici, gli stessi affiliati di mafia o di camorra.

Non è possibile ritenere che la misericordia divina si riversi cospicuamente sui primi e molto più esiguamente, nel migliore dei casi, sui secondi; in abbondanza sulle categorie di persone difese peraltro a spada tratta dalla società massmediale e da certo spicciolo conformismo umanitario e in modo molto più parsimonioso su quelli che, non senza ipocrisia, vengono generalmente additati come i soggetti più cattivi e irredimibili della società.

Non è possibile che questo modo di intendere o recepire la misericordia divina sia la misericordia di Dio, sia la misericordia da Dio stesso manifestata agli uomini di tutti i tempi attraverso le Scritture, sia la misericordia evangelica testimoniata dalla predicazione e dalla vita di Gesù. Non è possibile semplicemente perché l’amore di Dio è sempre viscerale e incontenibile dovunque vi sia un’anima in tormentato e costante subbuglio per i peccati commessi, dovunque vi sia una coscienza profondamente afflitta dalla turpe e malvagia iniquità del proprio modo di vivere e di agire, laddove, come recita il salmo 50, «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi».

Questo, beninteso, non significa che la misericordia di Dio agisca in modo indiscriminato ed ecumenicamente assolutorio, perché non è detto che anche chi si senta effettivamente infelice e miserevole, chi riconosce onestamente i propri errori o misfatti, sia poi anche capace di percorrere interamente, nonostante l’immancabile aiuto dello Spirito Santo, la via che porta ad una vera e durevole conversione a Cristo. Ciò detto, però, non è lecito avallare implicitamente l’idea che le figure umane e sociali che suscitano maggiore comprensione nella pubblica opinione siano oggetto della misericordia divina ben più di quanto possano esserlo figure umane e sociali più odiose e più lontane (o, comunque, ritenute tali) dai princípi della pubblica moralità e della stessa convivenza civile.

Certo, non tutte le iniquità umane sono di pari gravità e comportano le stesse conseguenze, per cui ragionevolmente gli esseri umani non potranno non preoccuparsi di stabilire delle priorità e di esprimere delle valutazioni conseguenti. Ma la vita spirituale, quella che solo il Signore può osservare e giudicare nella sua interezza, tende a sottrarsi in misura non trascurabile ai criteri storico-sociali di giudizio. E non è sorprendente se la sua misericordia si spanda su soggetti considerati moralmente e socialmente perduti o irrecuperabili in una misura molto più ampia e traboccante di quella adottata per soggetti pur sempre peccatori ma apparentemente più prossimi al perdono e alla grazia di Dio.

Sta di fatto, alla luce dei dati biblici e rivelati, che la misericordia divina è assolutamente certa per tutti ma in misura e modi assolutamente imprevedibili, perché il presupposto ontologico della misericordia di Dio è la sua giustizia che obbedisce a canoni notoriamente diversi da quelli che ispirano, sia pure non sempre o non necessariamente in contrasto con quelli divini, le diverse forme di giustizia umana.

La verità è che, per ciò che concerne meriti e demeriti della vita spirituale personale, sussistono variabili non percepibili da parte del giudizio umano e solo interamente percepibili da parte del giudizio divino. Cosí, evangelicamente parlando, sarà più probabile che un ricco sfondato non abbia accesso al Regno di Dio rispetto al più miserabile degli uomini ma tale consapevolezza probabilistica non potrà mai escludere la possibilità che, alla fine, il ricco sfondato sia giudicato da Dio più meritevole della sua misericordia rispetto a chi sulla terra abbia sperimentato tribolazioni di ogni genere mai umilmente accettate e mai caritatevolmente offerte al Signore per la propria e l’altrui salvezza.

Oggi, si tende a parlare di misericordia divina come di una cosa ovvia, scontata, ma in realtà questo tema è molto più problematico di quanto si pensi e non sarebbe né sciocco né ingenuo ipotizzare che pedofili, corrotti e corruttori possano precedere in paradiso persino certi santi canonizzati o in via di canonizzazione e certi intrepidi paladini dell’amore di Dio solo nell’annuncio ma non abbastanza nella vita e sempre preoccupati della propria visibilità oppure illuminati dai riflettori della notorietà.

Per Cristo non importa chi sei o quale posto occupi nella società. Non importa se uno è ricco o povero, se uno è un immorale o un timorato di Dio, perché, anche se è suo il monito a non fidarsi delle apparenze terrene, il Salvatore fa i conti alla fine e giudica senza pregiudizi, per cui quel ricco impenitente che difficilmente sembrava poter accedere in paradiso, un giorno lo si potrebbe inaspettatamente trovare a Dio più vicino di quel povero o di quel giusto che abbiano fatto della propria povertà materiale e della propria superiorità spirituale motivo di vanto e orgoglio personali. Niente, infatti, è impossibile a Dio: anche il ricco può salvarsi, anche il povero può perire; anche il malvagio può partecipare del banchetto celeste, anche il giusto può dannarsi. E’ bene saperlo, è bene non farsi illusioni sino all’ultimo giorno di vita terrena.

Papa Francesco proprio stamattina ha detto: «I dottori della legge dei tempi di Gesù, come molti nostri contemporanei, non chiedono perdono, perché “non si sentono peccatori” ma “giudici degli altri”. Gesù non vuole mezze misure e dice ai dottori: “Chi non è con me è contro di me”. L’unica forma di “negoziato” possibile è confessarsi e ammettere: “io sono peccatore”. Solo così “il cuore si apre”, fa entrare la “misericordia di Dio” e torna ad “essere fedele”» (L'unico "negoziato" possibile con Dio è riconoscersi peccatori!, in "Zenit" del 3 marzo 2016). Il presupposto della fedeltà a Dio consiste nel "sentirsi peccatore" (ivi).

Ma questa esortazione evangelica e pastorale non può non valere per tutti: non solo, come in questo caso sembrerebbe voler dire Francesco, per "i dottori della legge" ma anche per quelle folle troppo spesso "stupite" e "aperte" dinanzi al Signore (ivi) solo finché questi provvede a sfamarli e a dissetarli, a prendersi cura delle loro necessità materiali, a dar prova della sua potenza taumaturgica e della sua origine divina, ma poi anch'esse paurose e atterrite nei momenti della prova e nei momenti in cui sarebbero chiamate a manifestargli la loro fedeltà. Anche le masse, in particolare quelle a noi contemporanee, non fanno altro che "giudicare gli altri" con malizia e pregiudizio, non fanno altro che avanzare richieste, solo in parte comprensibili o legittime; anche le masse sono spesso affette da chiusura mentale, da cecità spirituale, da ipocrisia ed arroganza, e anche delle masse non meno che dei sapienti, dei dotti, dei colti, dei sacerdoti del tempio religioso e dei molti templi storico-istituzionali, occorrerebbe evangelicamente diffidare per non essere travolti dalle loro non infrequenti, ingiuste e rabbiose mormorazioni. Perché, in un certo senso, l'aver fede nelle masse può essere antitetico all'aver fede in Dio.