Il peccato. Dedicato ad Ermes Ronchi

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Eppure don Ermes Ronchi è uno dei teologi più autorevoli e apprezzati del mondo cattolico! E’ lui che sta presiedendo e conducendo in questi giorni ad Ariccia gli esercizi spirituali per il papa e la curia romana! Francamente, ero rimasto sbalordito per qualche istante, tempo fa, nel leggere in un suo recente scritto dedicato a Maria di Nazaret che Dio «non si interessa dei peccati dell’uomo ma della sofferenza. Maria non adopera mai il termine peccato o peccatori. In tutto il vangelo ricorre più spesso il termine poveri che peccatori. Non è moralista il vangelo, siamo noi che l’abbiamo ridotto a piccola morale, e il peccato si è installato al centro delle preoccupazioni religiose. Il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato di una persona, ma sempre sulla sua sofferenza, per sanare (J. B. Metz)» (Maria donna di fede, donna controcorrente, Palermo 3 maggio 2014, p. 7).

Mi sfugge completamente la ratio di tanto affannarsi a minimizzare, quasi ad esorcizzare, la parola peccato, la presenza del peccato nella vita degli uomini, l’incidenza nefasta del peccato sul nostro modo di essere, di vivere e di agire, talmente nefasta che Dio, come è universalmente noto, si è sentito addirittura costretto, sia pure in ragione del suo infinito amore per le sue creature, a sacrificare il suo Figlio unigenito. Dio non si interessa dei peccati ma della sofferenza? E la sofferenza umana che altro è se non, principalmente, la condizione in cui siamo precipitati e precipitiamo a causa del peccato, a causa della nostra pretesa di vivere in opposizione a Dio o senza la presenza di Dio, anche quando magari ci illudiamo di credere in Dio solo perché ne parliamo come del misericordioso senza limiti, come del mite e umile Salvatore, venuto a salvare l’umanità più dalla sofferenza che dal peccato e a perdonarla più che a giudicarla? Quante volte Gesù concede il suo perdono e guarisce dalla malattia fisica dicendo subito dopo: “va, e non peccare più”? E quei debiti che, nel Pater, gli chiediamo di rimettere allo stesso modo di come noi ci impegniamo a rimettere quelli degli altri, cosa sarebbero se non peccati? E quel male da cui noi chiediamo di essere liberati cos’altro sarebbe se non, in primis, il peccato sempre incombente su di noi? Cosa c’è di tanto deteriore nel parlare del peccato dell’uomo e del giudizio di Dio? Perché Ronchi è cosí preoccupato di mettere in ombra il peccato, la colpa, l’infedeltà degli uomini a Dio, e cosí unilateralmente portato a sottolineare l’amore divino rispetto alla giustizia e al giudizio di Dio?

E’ senz’altro vero che lo sguardo di Gesù, rispetto a quello di Simone il fariseo, è uno sguardo non giudicante, includente, misericordioso, come sta ripetendo in queste ore ad Ariccia (Gesù non è un moralista e pone donna e uomo al centro del Vangelo, Radio Vaticana dell’8 marzo 2016), e che nel rapporto uomo-Dio non bisogna porre ossessivamente il peccato, in quanto l’ossessione del peccato può indurre a scivolare verso il moralismo e verso un moralismo che non appartiene a Gesù, ma tutto questo non può portare a disconoscere l’enorme importanza che la consapevolezza del peccato e delle molteplici iniquità che ne scaturiscono, il dovere di fare buon uso della propria facoltà di giudizio, la responsabilità di esortare, rimproverare, ammonire i fratelli e le sorelle di fede in spirito di verità e carità, rivestono nella storia della salvezza e in ogni pratica spirituale esercitata nel nome del Signore e in funzione del Regno di Dio.

Qui veramente, nonostante gli esercizi spirituali di Ariccia, e mi scuso se il rilievo potrà apparire presuntuoso, c’è ancora molto da lavorare per evitare, per l’ennesima volta, grossolani travisamenti delle parole di Gesù. Ho già scritto in questo stesso sito che «Gesù sapeva benissimo che il pensare umano si esercita attraverso giudizi di ordine conoscitivo e di ordine morale e che un pensare che non implicasse un giudicare e quindi un obiettare, un domandare e un valutare e infine un decidere anche praticamente di prender posizione a favore del vero e del bene e in opposizione al falso e al male, sarebbe semplicemente un non senso.

Per scegliere Cristo, l’uomo deve giudicare, per non seguire Satana l’uomo deve giudicare, per non conformarsi alle iniquità del mondo l’uomo deve giudicare, per educare i propri simili ad una sana convivenza civile l’uomo deve assumersi la responsabilità di distinguere (che è un effetto del giudicare) tra comportamenti leciti e comportamenti illeciti, per testimoniare correttamente la sua fede nella propria comunità religiosa il credente non può e non deve chiudere gli occhi su modi sbagliati di intendere la fede e su condotte personali rispetto ad essa incoerenti cosí come anche in ambito politico e sociale non può e non deve rassegnarsi ad accettare passivamente tutte quelle decisioni governative che siano manifestamente contrarie al bene comune o ad universali princípi morali.

Peraltro, a tutti quei cristiani che, sia pure con inconsapevole ipocrisia, citano le parole di Gesù sul non giudicare solo per zittire i “disturbatori”, ovvero chiunque in spirito di verità e carità ritenga di dover eccepire su abitudini ecclesiali consolidate ma errate o imperfette, su reiterate ma non irreprensibili pratiche individuali di vita, su forme personali e comunitarie di indifferenza spirituale per lo stato di povertà o di disagio materiale e morale in cui versa tanta gente abbandonata o non tutelata dallo Stato, si può replicare preventivamente che, se volessero essere proprio coerenti con il loro modo di intendere le parole del Signore, farebbero bene a tacere a loro volta e quindi a non giudicare quelli che giudicano e a non condannare quelli che condannano».

Che poi nel vangelo il termine poveri prevalga quantitativamente sul termine peccatori, come afferma Ronchi, e in esso ricorra più spesso il termine poveri che peccatori, confesso di non aver mai fatto una ricerca al riguardo, ma è senz’altro falso che il riferimento al peccato e ai peccati nei vangeli sia inessenziale, marginale o secondario. Il concetto di peccato attraversa i vangeli dall’inizio alla fine: “Egli…salverà l’uomo dai suoi peccati” (Mt 1, 22); “Giovanni predicava un battesimo di conversione in remissione dei peccati” (Mc 1, 4); nel Benedictus pronunciato da Zaccaria si legge “in remissione dei peccati” (Lc 1, 77); “Ecco l’agnello di Dio, che toglie [alza] il peccato del mondo!” (Gv 1, 29); il Cristo “morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Paolo, Rm 6, 8-11). E Pietro, ben consapevole di come il peccato possa allontanare gli uomini da Dio, grida:  “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore (Lc 5, 8).

Certo, il vangelo non è moralista, come sta insegnando don Ronchi ad Ariccia, ma il vangelo parla e riparla di peccato e di lotta contro il peccato, checché ne pensi il dotto predicatore cattolico, e, contrariamente a quel che egli afferma, non «siamo noi che abbiamo moralizzato il vangelo», non  «siamo noi che l’abbiamo ridotto a piccola morale», per cui il peccato si sarebbe conseguentemente «installato al centro delle preoccupazioni religiose» (op. cit.). Non è affatto così.

Quanto a Maria che non avrebbe mai adoperato il termine peccato o peccatori, è probabile che Ronchi non si avveda di quanto sia insensata questa sua osservazione, intanto perché lo spazio quantitativo occupato da Maria nei vangeli è piuttosto esiguo e le parole che ella pronuncia si riferiscono a situazioni di vita di enorme rilievo spirituale che tuttavia non richiedevano affatto un esplicito riferimento al concetto di peccato, in secondo luogo perché è del tutto evidente, contro l’esegesi letteralistica, formalistica e al limite ipocrita, proposta dal religioso citato, che nel Magnificat la ragazza di Nazaret esulta ed esalta il suo Signore proprio perché Egli è sentito come un Dio che mantiene le sue promesse e quindi viene a salvare i suoi poveri, gli oppressi e gli umili tra cui la stessa Maria, e al tempo stesso non esita a disperdere i superbi recidivi, a rovesciare i potenti impenitenti, a respingere i ricchi incalliti: superbi, potenti, ricchi, ovvero le diverse forme possibili di peccato, là dove invece gli umili sono coloro che sanno non solo di non avere niente ma anche di non essere niente anche a causa di quel peccato da cui solo Dio li può redimere.

Anche Maria, per quanto sia stata visitata dall’angelo e si trovi in uno stato verginale per grazia di Dio, non presume ancora di essere l’Immacolata Concezione ma di essere soggetta al peccato in genere come tutti gli altri esseri umani. Questa è un’esegesi grammaticale e contestuale ad un tempo, è un’esegesi che punta a cogliere principalmente la verità sostanziale delle cose presenti nella narrazione evangelica. E Maria, che sapeva bene come il Figlio si fosse fatto peccato per vincere il peccato nel peccato stesso e si fosse fatto talmente peccato da lasciarsi crocifiggere come il peggiore dei malfattori, non avrebbe mai detto, lei che era la nuova Eva, la Madre dei viventi e non dei morenti, che «Adamo è povero prima che peccatore; siamo fragili e custodi di lacrime, prigionieri di mille limiti, prima che colpevoli» (ivi). Adamo è povero perché è peccatore, per il semplice fatto che non può essere povero chi è e rimane stabilmente nella grazia di Dio: Maria, che non fu peccatrice né personalmente né geneticamente, fu povera materialmente ma ricca spiritualmente ed ebbe già in terra la vita in pienezza.

Come si possa essere cosí ingenui o sprovveduti da pensare che ci si ponga più efficacemente al servizio dell’umanità contemporanea attenuando o relativizzando nella sua coscienza il senso del peccato, origine di ogni male, è veramente difficile da capire! Non ci si salva interpretando riduttivamente o sentimentalmente il vangelo ma rimanendo ad esso fedeli con la mente e il cuore, dove fedeltà significa accettarlo non solo nelle sue parti più gratificanti e gradevoli ma anche nelle sue parti più esigenti e severe.

Bisogna guardarsi dal fare di Gesù un Dio che salva sempre e comunque, perché in realtà Gesù salva tutti coloro che si sforzano di seguirlo e di attenersi  ai suoi insegnamenti o comandi che dir si voglia. Chi non tiene abbastanza a Lui, chi si preoccupa più di assecondare un falso sentire umanitario del mondo che di testimoniare e tramandare integralmente il suo vangelo di verità, di giustizia e di pace, evidentemente rischia di essere soltanto un retore della fede evangelica e cristiana, un retore del paradiso.

Ha detto ancora Ermes Ronchi ad Ariccia: «Pensate la bellezza di una Chiesa che non accende i riflettori su di sé – come in questi giorni qua raccolti – ma su di un Altro. Ne abbiamo ancora di strada da fare!» (La Chiesa non accenda riflettori su di sé ma su Cristo, Radio Vaticana dell’8 marzo 2016). Lo penso anch’io, anche se non sono affatto convinto che la Chiesa che si ritrova oggi in meditazione ad Ariccia si sia ritirata, come era solito fare talvolta Gesù con i suoi discepoli, in un luogo veramente appartato in cui sia possibile meditare e pregare lontano dai clamori del mondo e da quella tentazione di sensazionalismo che, di fatto, induce la Chiesa, nonostante ogni contraria dichiarazione di principio, ad accendere ancora una volta i riflettori non su Cristo, la cui luce infinita peraltro non ha bisogno di riflettori, ma su se stessa o meglio su un modo tutto umano di concepirla e rappresentarla.