Profezia e sacerdozio

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Ci sono parole che contraddistinguono il nostro tempo anche sotto il profilo religioso ed ecclesiale: tolleranza, dialogo, pluralismo, amore, misericordia, accoglienza, perdono, spirito di pace. Sono di certo belle parole, ma è altrettanto innegabile che, come spesso accade, ove vengano usate in modo generico e indiscriminato, finiscano per assumere significati non solo ambigui ma anche distanti dai valori evangelici che esse vorrebbero evocare.

Anzi, non è eccessivo affermare che, nel quadro del cosiddetto postmoderno e della cosiddetta “società liquida”, tali parole vengono assolvendo sempre più spesso una funzione meramente strumentale a sfondo nichilistico sebbene non sempre ne siano consapevoli tutti coloro che vi ricorrono assiduamente.

Accade allora che la tolleranza sia vissuta in realtà come vile arrendevolezza ad una logica di quieto vivere e di compromesso opportunistico, il dialogo sia vissuto come rinuncia a testimoniare sempre e comunque la propria fede in Cristo nella sua integralità, il pluralismo sia di fatto utilizzato come relativismo scettico e accomodante in ossequio alla pratica imperante del ‘politicamente corretto’, l’amore e la misericordia siano percepiti come sentimenti a se stanti e non necessariamente connessi a princípi di verità e giustizia, l’accoglienza sia pensata come puro e istintivo volontarismo e come parola d’ordine valida anche a prescindere da elementari criteri di ragionevolezza di buon senso e di sicurezza sociale, il perdono sia presentato come atto spirituale obbligato e unilaterale dell’offeso e quindi da non correlare preventivamente al pentimento e alla richiesta di perdono da parte dell’offensore, lo spirito di pace sia infine reclamizzato come semplice slogan esortativo ed augurale per nulla fondato su sinceri desideri di costruire rapporti umani più giusti e più dignitosi tra persone e popoli.

Questo è quel che succede oggi, a dispetto di una vigente retorica umanitaria e pseudoreligiosa, che appare visibilmente depotenziata rispetto a quell’antico e vigoroso spirito profetico e salvifico che era e che resta il nucleo fondante della Parola di Dio tanto nel Primo Testamento quanto nel Nuovo Testamento  e nello stesso Vangelo.

I profeti biblici, per il loro zelo religioso e la loro zelante fedeltà a Dio, furono intolleranti. Intolleranti verso un culto meramente ritualistico e un modo burocratico di intendere il sacerdozio: si pensi a Geremia e ad Ezechiele che, pur appartenendo a famiglie sacerdotali, avversarono senza esitazioni, nel nome del Signore, i falsi sacerdoti e i falsi profeti, dai quali peraltro furono spietatamente contrastati con menzogne e calunnie di inaudita gravità.

I profeti non agivano di testa propria ma facevano semplicemente e coraggiosamente la volontà di Dio, di cui, in relazione a taluni indegni sacerdoti e ai falsi profeti, riportavano le parole che possono leggersi per esempio in Osea 4, 6: “Anch’io rifiuterò di averti come mio sacerdote; poiché tu hai dimenticato la legge del tuo Dio”. Per i veri profeti biblici la religiosità non poteva essere ridotta a vita liturgica, a puro formalismo liturgico, ad una finzione spirituale, in quanto una liturgia priva di moralità e di sensibilità morale, di santa e combattiva spiritualità, sarebbe stata insignificante e ben poco gradita a Dio. In modo veemente Ezechiele esplicita questo concetto: “Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, cosí non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto. Perché cosí dice il Signore Dio: ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna” (Ez 34, 11).

Altro che sacerdoti in eterno, come sostengono erroneamente o illusoriamente persino certi preti o religiosi sospesi a divinis! In senso generale o universale siamo tutti sacerdoti nei disegni di Dio ma l’unico sacerdote che tale resta incontrovertibilmente in eterno è nostro Signore Gesù: per tutti gli altri, per i sacerdoti in senso regale (ognuno di noi) e per i sacerdoti ministeriali, questa certezza non esiste né è possibile sostenere che sia biblicamente fondata, essendo essa strettamente subordinata al giudizio che Dio esprimerà alla fine dei tempi sul modo in cui ognuno di noi avrà saputo e voluto o non saputo e non voluto onorare il suo piccolo o grande ruolo sacerdotale.

Profeti come Osea, Isaia, Michea, Ezechiele o Geremia, contestavano duramente tutte le forme inique e disonorevoli di sacerdozio, senza preoccuparsi troppo della propria onorabilità e della loro stessa incolumità fisica, non intendendo venir meno, in nessun caso, alla loro fedeltà a quel Dio da cui si sentivano infinitamente amati. Essi annunciavano, per gli uomini del loro tempo, un sacerdozio non già perfetto e compiuto come quello che avrebbe attuato Gesù nella sua vita e con la sua opera, ma un sacerdozio che, seppur non privo di difetti e limiti umani, fosse quanto meno ispirato a princípi di verità, di sincera e concreta umanità, di operosa solidarietà, oltre che di umiltà personale e di disinteressata e zelante dedizione allo stesso ministero sacerdotale.

Non si doveva apparire sacerdoti in funzione di vantaggi personali di qualunque specie, ma si doveva essere sacerdoti solo in funzione della verità divina, sempre e comunque scomoda per tutti, e di ogni genere di “povertà” che non può non conseguirne.

Sulla stessa linea saranno poi i primi e grandi apostoli di Gesù, da Pietro a Giovanni, da Paolo a Giacomo e a tutti gli altri che vollero annunciare il vangelo di Cristo, ognuno con i propri limiti, ma con coraggiosa e non diplomatica intelligenza e soprattutto sine glossa, ovvero senza tentare di ingigantire o attenuare artificiosamente e per motivi di convenienza personale, e senza sminuire o alterare esegeticamente per pura vanagloria personale,  i precetti e gli insegnamenti in esso contenuti.

Se si pensa al modo in cui oggi viene annunciato e testimoniato il vangelo nelle nostre chiese, dai nostri pulpiti e talvolta anche dai pulpiti di molto alti prelati ecclesiastici, si viene colti dalla tentazione di pensare che, da qui a qualche decennio, la lectio divina di Gesù, attraverso le continue, affettate ed esangui “mediazioni” teologiche di molti “pastori” contemporanei, potrebbe ridursi a poco più di un interessantissimo reperto archeologico della storia umana. Anche per questo Gesù, profondamente angosciato, esprimeva i suoi timori con indimenticabili e terribili parole profetiche: “il Figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” (Lc 18, 8).

Ma questa profezia ne presupponeva una più antica e oltremodo “inattuale”, anch’essa stranamente molto inascoltata e quasi accantonata nell’epoca in cui, con deliberata solennità, si è voluto celebrare un Dio ipermisericordioso e come tale persino capace di lasciare unicamente al singolo uomo la facoltà di salvarsi o di perdersi per sempre: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene,  che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro. Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti” (Is 5, 20-21). E’ una profezia che riguarda innanzitutto, e in egual misura i cattolici, presbiteri e laici, di questo tormentatissimo secolo. Essa si conclude con un monito significativo a non illudersi di essere depositari di grande sapienza e di perfetta intelligenza, ma questo non ci impedisce di concludere: intelligenti pauca!