Papa Francesco e noi cattolici

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Il vero cristiano ha un cuore forte, un cuore forte, non volubile, perché è fondato sulla roccia, ovvero su Cristo. Il vero cristiano ha un cuore che non si discosta dalla Parola del Signore anche se su esso venga esercitandosi fortissimamente il condizionamento spesso mendace della parola degli uomini. Egli perciò non resta vittima della pressione che, di volta in volta, può venirgli dalle circostanze, dalle convenienze, dalla pubblica opinione, e persino dalle parole autorevoli ma discutibili di qualche riconosciuto capo politico o religioso. Il vero cristiano è colui che sa bene che non può sussistere alcuna forma di misericordia, di carità, di amore, di pietà umana, di perdono, che non faccia tutt’uno con la verità e la giustizia di Dio. Ed è soprattutto colui cui non fa difetto la consapevolezza del fatto che a nulla varrebbe la sua perfetta adesione all’insegnamento di Gesù se non si sforzasse continuamente e sinceramente di non farne un uso ipocrita, opportunistico, strumentale, “gesuitico”.

Detto questo, è dunque evidente che il maggior rischio per un cristiano è quello di essere intimamente scisso, dissociato, diviso tra il suo apparire e il suo essere o il suo fare. Peraltro, anche chi, mosso da buone intenzioni, mette sotto accusa quel genere di cristiani che sono dottrinalmente impeccabili ed esteriormente rigidi in quanto poi sarebbero ben predisposti a diventare ipocriti ed opportunisti, forse trascura di non includere se stesso tra coloro che potrebbero soggiacere a questo pericolo. Papa Francesco, per esempio, che non manca di censurare costantemente il comportamento dei cosiddetti “cristiani rigidi”, dei cristiani dottrinalmente inflessibili ma praticamente corrotti e pronti a “negoziare” persino Cristo per ottenere vantaggi personali, teoricamente potrebbe egli stesso essere esposto al rischio della “doppiezza interiore” e dell’ipocrisia, anche perché verso tutti suole manifestare la propria misericordia tranne che verso coloro che, all’interno della Chiesa, vengono talvolta esprimendo dubbi, riserve o critiche su particolari aspetti ed atti del suo pontificato: si pensi ai suoi non di rado problematici interventi su omosessuali, seguaci dell’islam, protestanti luterani, immigrati, atei o agnostici famosi.    

Già, perché su tutti questi temi, e altri ancora, pare proprio che la linea religiosa e politica di Francesco, lungi dall’essere dissonante rispetto alle voci, alle tendenze e alle aspettative del mondo contemporaeo, sia abbastanza convergente con esse e quindi con quel diffuso umanitarismo mondano che si nutre molto più spesso di sentimentalismo e di velleitario e verboso progressismo etico che non di sensata e responsabile razionalità. Questo rilievo è, ecclesialmente, ormai necessario e non corrisponde alla volontà di rincorrere certe preconcette e faziose invettive antiFrancesco alla Socci, di cui peraltro non si intende disconoscere l’appassionata e non di rado documentata testimonianza di fede, quanto ad un filiale e improcrastinabile spirito di servizio che induce ad intervenire con franchezza evangelica sul capo spirituale del mondo cattolico.

Infatti, è compito di un papa parlare con esplicita chiarezza al popolo di Dio ma se la chiarezza viene usata come una sciabola da brandire a destra e a manca solo per tagliare metaforicamente la testa dei propri critici ed indurli ad una specie di silenzio perpetuo, allora la parresìa evangelica è già diventata altro, ovvero risentimento, spirito di intolleranza e collera fine a se stessa. E un papa è e resta papa solo se è capace di soppesare e vagliare sapientemente le critiche ricevute, di non irritarsi semplicemente perché criticato o contestato ma di replicare ai suoi critici in modo pur sempre riflessivo ed oculato, di dimostrarsi soprattutto misericordioso proprio verso critici e oppositori.

Un papa, in particolare, più di chiunque altro deve sapere che non ci si può e non ci si deve anteporre in modo assoluto e definitivo al giudizio di Dio, perché solo Dio, in ultima analisi, potrà stabilire chi veramente avrà avuto il cuore “molto debole” per aver pensato principalmente a se stessi e al proprio utile. Checché ne pensi Francesco, non è affatto detto che chi tiene molto alla permanenza di una retta disciplina spirituale nella Chiesa, oggi assolutamente carente se non assente quanto meno sul piano comportamentale, debba essere per forza un ipocrita, un rigido nella pelle ma tenebroso e putrefatto nel cuore, per usare le testuali parole del papa.

Anche chi parla sempre di misericordia divina, mostrandosi di fatto indulgente verso quanti si crogiolano in stati erronei e peccaminosi di vita e omettendo regolarmente di ricordare il significato biblico-teologico della verità e della giustizia divine, può essere affetto da ipocrisia cronica e portarsi inavvertitamente sulla via del tradimento di Cristo. E’ solo un’ipotesi molto remota e tuttavia bisogna essere cristianamente spietati verso se stessi, chiedendosi sempre: perché, per quale motivo, a quale scopo sto dicendo queste cose e in che misura posso esser certo di sostenerle e viverle nel nome di Cristo? Bisogna fare molta attenzione, perché i falsificatori della morale evangelica di Cristo sono dovunque e in misura ben superiore a quella che si potrebbe immaginare!

Ora, giungere in modo sprezzante a definire addirittura “fondamentalisti” ed “eretici”, come non esita a fare Francesco, quei cattolici che sono “troppo rigidi”, in quanto dicono “questo o niente” e si oppongono a certi compromessi morali con le pratiche mondane come a talune mediazioni teologiche con orientamenti religiosi o filosofici non cristiani, è un modo manifestamente inadeguato di concepire la Chiesa, di fare Chiesa, di costruire e soprattutto di guidare la Chiesa, anche perché francamente i paragoni, fatti dal papa al riguardo, tra i cattolici che difendono ostinatamente l’ortodossia, le leggi e le regole più antiche della Chiesa e i farisaici dottori della Legge dell’antico Israele, non c’entrano assolutamente nulla. Bisognerebbe conoscere le intenzioni di questi cattolici per poter pensare di abbozzare un minimo paragone, perché molti degli antichi farisei d’Israele (non tutti, perché tra essi c’erano uomini veramente timorati da Dio come Gamaliele, Nicodemo, Giuseppe di Arimatea e lo stesso Paolo di Tarso) erano ipocriti non tanto per le cose che dicevano ma perché dietro quelle cose non c’era una reale intenzione di servire Dio, non c’era vera sete di verità. Quindi sarebbe opportuno essere cauti prima di stabilire dove possa nascondersi effettivamente il fariseismo nella sua accezione negativa.

Qui veramente peccheremmo non solo di ipocrisia ma di colpevole omissione se non esprimessimo chiaramente i nostri dubbi circa la solidità delle doti non solo esegetiche ed ermeneutiche di Francesco e la reale consistenza delle sue capacità logiche e concettuali, troppo spesso sacrificate ad una certa emotività, all’improvvisazione e alla ricerca di immediato consenso. E’ anche in ragione di questi limiti che egli oscilla continuamente tra la tendenza a manifestare simpatia e rispetto per i tradizionali nemici della Chiesa e di Cristo e la tendenza a richiamare con eccessiva severità tutti coloro che comunque a Cristo, sia pure tra limiti e contraddizioni personali, si sforzano di richiamarsi e non sempre in modo falso e insincero.

Nell’omelia pontificia del 9 giugno 2016 c’è un passaggio molto discutibile o quanto meno ambiguo che vorrebbe spiegare in cosa consiste il “sano realismo della Chiesa cattolica” e che recita testualmente cosí: «la Chiesa cattolica mai insegna ‘o questo, o questo’. Quello non è cattolico. La Chiesa dice: ‘Questo e questo’. ‘Fai la perfezione: riconciliati con tuo fratello. Non insultarlo. Amalo. Ma se c’è qualche problema, almeno mettiti d’accordo, perché non scoppi la guerra’. Questo è il sano realismo del cattolicesimo. Non è cattolico ‘o questo, o niente’: quello non è cattolico. Quello è eretico. Gesù sempre sa camminare con noi, ci dà l’ideale, ci accompagna verso l’ideale, ci libera da questo ingabbiamento della rigidità della legge e ci dice: ‘Ma, fate fino al punto che potete fare’. E lui ci capisce bene. E’ questo il nostro Signore, è questo quello che insegna a noi». Non si può dire che questo testo sia molto controllato. Ma siamo proprio sicuri che sia questo il sano realismo della Chiesa cattolica, un realismo che, nei termini in cui viene descritto, sembrerebbe assomigliare molto di più ad una sorta di spregiudicato e comodo pragmatismo opportunistico a sfondo vagamente spirituale? Certo, a volte cose diverse, scelte diverse non si contraddicono e non si escludono necessariamente in una corretta pratica cristiana, ma siamo proprio sicuri che nell’et-et si esaurisca il realismo radicato nel vangelo, che impone anche di dire “sì, sì; no, no”, e testimoniato in tutto il Nuovo Testamento che, con san Paolo, autorizza tra l’altro il vero seguace di Gesù a puntare il dito, se necessario, anche contro Pietro ovvero contro il vicario di Cristo in terra? La Chiesa non è né hegeliana (et-et) né kierkegaardiana (aut-aut), è cristiana, e quindi contempla realisticamente sia la possibilità dell’et-et, sia quella dell’aut-aut: come dire che per certe cose bisogna adottare la rigidità, per altre la flessibilità o comunque altrimenti la si voglia chiamare.

“Riconciliati con tuo fratello”, dice Francesco astraendo però non poco dallo specifico episodio evangelico: certo, ma se le condizioni di una riconciliazione sono, ad esempio, quelle di una ritrattazione o attenuazione di talune verità cristiane, bisogna ugualmente riconciliarsi e “mettersi d’accordo” a tutti i costi o bisogna piuttosto rimanere fedeli ai santi dettami evangelici? E’ eretico chi umilmente non è disposto a svendere l’ortodossia della sua fede o piuttosto chi, come successore di Pietro, sollecita i fedeli ad anteporre un amore peraltro generico per il prossimo all’amore verso Dio? Non dovrebbe essere arcinoto che non si dà alcuna possibile riconciliazione con il prossimo se non nel quadro di una rigorosa osservanza della volontà di Dio?

Quanto poi al fatto che, come dice ancora Francesco, i precetti o le prescrizioni evangeliche sarebbero puramente “ideali” e consiglierebbero a noi esseri umani non tanto il dovuto e il necessario quanto “il possibile” (nel senso che Gesù avrebbe inteso dire appunto “fate il possibile e non vi preoccupate”), non solo si corre il rischio di cadere nel paradosso secondo cui uno potrebbe andare in paradiso anche senza mai pentirsi dei propri peccati qualora gli fosse soggettivamente “impossibile” umiliarsi nel confessarli non già genericamente ma sinceramente, ma l’accusa di rigidità o eresia rivolta da Francesco in modo particolare contro quelli che ricordano le testuali parole di Cristo sul matrimonio per rintuzzare le odierne tendenze revisionistiche al riguardo finisce per ricadere anche su un predecessore di Francesco, da questi dichiarato santo, cioè su quel Giovanni Paolo II che nell’enciclica Veritatis Splendor ha scritto: «Sarebbe un errore molto grave concludere… che l’insegnamento della Chiesa sia essenzialmente solo un ‘ideale’ che dovrebbe quindi essere adattato, riproporzionato, adeguato alle cosiddette concrete possibilità dell’uomo, secondo un‘equilibrio dei beni in questione’». Gli insegnamenti della Chiesa non sono semplici “ideali” ma precetti vincolanti e non riducibili ad altro rispetto al loro contenuto.

La stessa accusa di eresia sembrerebbe colpire altresí il cardinale Robert Sarah, nominato dal papa come responsabile della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, perché questo cardinale nel suo recente libro “Dio o niente” (Cantagalli 2016) si oppone risolutamente all’idea di snaturare “modernisticamente” l’insegnamento circa l’indissolubilità del matrimonio attraverso l’artificioso espediente dell’indulgenza pastorale. Egli scrive infatti: «l’idea di mettere l’insegnamento del Magistero in una bella vetrinetta separandolo dalla pratica pastorale, che potrebbe poi evolversi a seconda di circostanze, mode e passioni, è una specie di eresia, una pericolosa malattia schizofrenica». Non solo, ma il cardinal Sarah ha anche avvertito con moniti spaventosamente severi i suoi colleghi prelati che volessero sovvertire o alterare la retta dottrina sul matrimonio con l’alterare la pratica stessa della Chiesa: «Gli uomini che inventano ed elaborano strategie per uccidere Dio, per distruggere la dottrina e l’insegnamento secolari della Chiesa, saranno travolti loro stessi, trascinati dalla loro vittoria terrena nel fuoco eterno della Geenna».

Dunque, anche eminenti personalità del mondo cattolico come Giovanni Paolo II e Robert Sarah sarebbero malate di rigidità spirituale e quindi inevitabilmente collocabili nella folta schiera degli spiriti eretici. Che è francamente difficile da prendere in considerazione come tesi almeno non del tutto inverosimile.

Molto di recente il papa è tornato su questo tema dei “rigidi” che costituisce un leitmotiv ossessivo del suo pontificato, benché non ne siano ancora chiari i motivi. Nell’omelia del 24 ottobre 2016 ha infatti dichiarato quanto segue: «Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto, una doppia vita, i rigidi non sono liberi, sono schiavi della legge… Dietro la rigidità c’è un’altra cosa, sempre! E per questo Gesù dice: ipocriti! Dietro la rigidità c’è qualcosa di nascosto nella vita di una persona. La rigidità non è un dono di Dio. La mitezza, sì; la bontà, sì; la benevolenza, sì; il perdono, sì. Ma la rigidità no! Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto, in tanti casi una doppia vita; ma c’è anche qualcosa di malattia. Quanto soffrono i rigidi: quando sono sinceri e si accorgono di questo, soffrono! Perché non riescono ad avere la libertà dei figli di Dio; non sanno come si cammina nella Legge del Signore e non sono beati. E soffrono tanto! Sembrano buoni, perché seguono la Legge; ma dietro c’è qualcosa che non li fa buoni: o sono cattivi, ipocriti o sono malati. Soffrono!». E ha concluso cosí: «Preghiamo il Signore, preghiamo per i nostri fratelli e le nostre sorelle che credono che camminare nella Legge del Signore è diventare rigidi. Che il Signore faccia sentire loro che Lui è Padre e che a Lui piace la misericordia, la tenerezza, la bontà, la mitezza, l’umiltà. E a tutti ci insegni a camminare nella Legge del Signore con questi atteggiamenti».

Ora qui di chiaro c’è solo l’antipatia personale del papa per tutti quei cristiani che talvolta, non trovando sempre nelle sue parole e nei suoi gesti piena consonanza con la lettera e lo spirito del vangelo, ritengono di dovergli contestare una non perfetta fedeltà alle parole del Signore e quindi una mancanza di esemplare ortodossia. Quel che proprio non si comprende è il presunto e necessario nesso logico che il pontefice istituisce tra un soggetto caratterialmente o anche teologicamente rigido e una conseguente superbia spirituale, tra rigidità etico-intellettuale e inevitabile ipocrisia, tra rigore dogmatico di fede e sostanziale spirito di chiusura e di sospetto verso il prossimo.

E’ come se, per il papa, una persona rigida, spiritualmente disciplinata e intransigente, dottrinariamente ortodossa e non aperta ad un indiscriminato pluralismo esegetico, fosse per ciò stesso incapace di vera e genuina bontà e non fosse radicalmente libera di amare intensamente il suo prossimo. Ma dove stanno scritte queste cose? Non si potrebbe asserire anche il contrario, e cioé che non un “rigido”, ma un soggetto mite, mansueto, flessibile, e quant’altro, debba in realtà queste caratteristiche semplicemente al fatto che la sua indole sia quella dell’individuo passivo, fiacco, accidioso, e al limite pauroso e vile?

Nella Bibbia come nel vangelo non si parla di “rigidi”: si parla di empi, di violenti, di arroganti, di operatori di iniquità in senso lato, e poi si parla, in relazione a chi si professa credente, di “tiepidi”, ovvero di maneggioni del sacro o della fede, quelli che sanno indignarsi ma che non sanno agire di conseguenza o che non si indignano allo stesso modo per cose ugualmente gravi o importanti, perché agiscono non disinteressatamente ma facendo dei calcoli di convenienza personale: i “tiepidi” sono coloro che non prendono mai posizione radicalmente a favore della verità nella sua interezza, che quindi non si immolano anima e corpo alla Verità, ma che la maneggiano, la usano, la amministrano in conformità ai loro interessi, ai loro pregiudizi, alle loro convenienze o inclinazioni. Essi si fanno portatori di quella che il saggista angloamericano Thomas Stearns Eliot definiva “la moralità igienica”, ovvero una moralità prudente, educata, calcolata, borghese, che consente di non esporsi mai troppo seriamente a pericoli di sorta e di non mettere a repentaglio la propria posizione sociale, il proprio benessere o, più semplicemente, la propria rispettabilità. E’ su questi “tiepidi” che Dio “vomita dalla sua bocca”, come recita Ap 3, 16, e subito dopo, nello stesso testo giovanneo, si legge, in antitesi a qualsivoglia concezione di “misericordia a buon mercato”, che “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti” (Ap 3, 19). Non pare proprio che qui la misericordia divina possa intendersi a senso unico!

In vero, dunque, quel nesso tra “rigido” e ipocrita o tra rigido e quant’altro di negativo si voglia immaginare, se c’è o quando c’è, non appartiene affatto alla categoria della necessità logica quanto piuttosto a quella della semplice possibilità. Per cui la generalizzazione effettuata da Jorge Mario Bergoglio non solo non persuade ma è del tutto infondata. Peraltro, ci si deve chiedere se i grandi profeti di Dio non fossero tutti segnati (da Michea a Geremia, da Ezechiele a Giovanni Battista, solo per fare dei nomi) da una rigidità spirituale necessaria a trasmettere al popolo la volontà di Dio, con la massima diligenza e precisione possibili, ed esclusivamente allo scopo di non rischiare di aggiungere o togliere alcunché ai messaggi divini ricevuti. Erano quei profeti che si sentivano etichettare sistematicamente come “rigidi”, come “inflessibili”, come “lontani dalle vere necessità della gente”, come “indifferenti” o “insensibili” ad aspettative umane e sociali di consolazione e di felicità.

Quei profeti non consolavano il popolo con immagini rassicuranti, non parlavano di Dio come sempre e comunque pronto a perdonare, non tranquillizzavano e non illudevano le loro comunità religiose con promesse di sicura e imminente felicità, ma denunciavano le condotte reiteratamente peccaminose di uomini e donne e prive di reale pentimento, annunciando altresí la collera e il castigo di Dio. Quei profeti erano molto diversi dai loro critici, dai loro avversari che avevano un’idea molto più blanda della fede e della religiosità, ed erano soliti annunciare felicità a buon mercato, proprio mentre Geremia attribuiva a Dio queste parole: «Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: “Bene! Bene”» (Gr 6, 14).

Ma quei critici di ieri, quegli individui bonari o buonisti di ieri, quegli individui sempre benevoli verso i loro simili e particolarmente rassicuranti circa la natura univocamente misericordiosa di Dio, sono sopravvissuti storicamente, non sono scomparsi né sono diminuiti, anzi vanno aumentando di giorno in giorno, anche perché la tendenza odierna della Chiesa è quella di sostituire il suo tradizionale e giusto profilo di severo e puntuale custode della Parola di Dio e delle verità dogmatiche della fede in Cristo con un profilo più “moderno”, più aggiornato, più al passo coi tempi e con una mentalità più emancipata, un profilo le cui principali finalità siano non tanto quelle di ammonire, esortare, intimorire, proibire, reprimere, educare ad una fede vera, rigorosa, impegnativa, e quindi ad una fede non di facciata o di abitudine o di convenzione ma di convinzione e professata non solo con la bocca e con qualche gesto esteriore ma con tutta la propria mente, tutto il proprio cuore, tutta la propria vita, quanto quelle di confortare, rassicurare, creare un valido contrappeso alle preoccupazioni quotidiane, eliminare o ridurre i conflitti interiori un tempo noti come conflitti spirituali necessari alla lotta contro il peccato e contro il male sempre risorgenti.

La vita è già troppo pesante in se stessa per pensare di doverla ulteriormente appesantire con una fede troppo esigente e che incuta timore, la società attuale è fin troppo carica di norme, doveri, obblighi, per pensare di dover aggiungere anche i doveri e gli obblighi derivanti in modo specifico dalla fede religiosa. Sembra essere questo il pensiero prevalente del nostro tempo, per cui un numero sempre più ampio di sacerdoti, di pastori, di teologi, di prelati, nel ritenere di essere spiritualmente e pastoralmente più vicini alle anime e al popolo di Dio, tendono, talvolta senza avvedersene, a ridimensionare la malefica incidenza del peccato sull’intera vita personale di noi tutti, ad attenuare o ad occultare del tutto i numerosi riferimenti biblici alla punizione o al castigo divini, a trattare della giustizia di Dio come elemento subordinato più che complementare alla misericordia di Dio, a parlare molto di sfuggita di fine del mondo e di inferno, per incentrare la propria predicazione soprattutto o quasi esclusivamente sull’immancabile amore redentivo e salvifico di Dio stesso.

Corollario inevitabile di una siffatta impostazione o strategia teologica e pastorale è poi quello per cui, “per non perdere nessuno”, per fare in modo che nessuna pecorella si allontani dal gregge, si ritiene spesso preferibile non calcare troppo la mano circa il dovere evangelico di non semplificare i comandi di Gesù, di attenersi quanto più scrupolosamente possibile ai suoi precetti, di non aderire in modo parziale al suo messaggio di salvezza, ma di prenderlo e di viverlo integralmente per fare della fede in Cristo qualcosa che non possa essere smembrato a proprio piacimento o usato secondo criteri soggettivistici. Il linguaggio di Gesù non è affatto cosí prudente, cosí delicato, cosí suadente e diplomatico, come parte del mondo cattolico si ostina a sostenere, ma è un linguaggio diretto, esigente, virile, talvolta duro e privo di accorgimenti psicologici volti a non turbare l’animo degli interlocutori.

Gesù infatti dice chiaramente e senza fronzoli: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (Lc 13, 24). A proposito, Gesù: siamo certi che, per quanto “mite e umile di cuore”, non fosse un “rigido” anche lui? Di certo vi è che, come avverte Gesù, il Regno di Dio non è propriamente a portata di mano e la porta della salvezza non è spalancata. Inoltre, chi non avrà fatto davvero del suo meglio per ascoltare, intendere e attuare correttamente la Parola di Dio non potrà esser certo di evitare l’inferno, “il pianto e lo stridor di denti”, anche se avrà mangiato e bevuto quotidianamente nel suo nome (Lc 13, 26). In questo senso, persino chi avrà profetato, scacciato demòni, compiuto prodigi nel nome di Cristo, potrebbe non aver fatto ancora abbastanza per non meritare il tremendo giudizio di Dio: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!» (Mt 7, 21).

Le persone, i cristiani veramente e profondamente misericordiosi possono essere solo i cristiani che, quali che siano le grazie e i carismi ricevuti, si sentono sempre in difetto di conoscenza, di sapienza e di santità, e che tuttavia, nonostante le loro debolezze e le loro cadute, si applicano in modo severo, rigoroso, inflessibile e sincero, nell’ascolto, nella proclamazione e nella attuazione della Parola di Dio.

Sotto il pontificato di Francesco, sebbene non necessariamente o esclusivamente a causa di esso, sta prendendo piede una tendenza teologica preoccupante: quella di presentare un Dio ad una sola dimensione, la dimensione orizzontale, umanitaria, solidale del suo amore per noi. Ma questa dimensione, pure essenziale, avrebbe ben poco senso senza la dimensione verticale di Dio, ovvero senza l’onnipotenza divina, in virtù della quale l’amore umano, se attuato nelle sue forme più nobili e generose ovvero in quelle indicate da Dio stesso, non solo è predisposto a produrre frutti straordinari e quindi beni inimmaginabili ma è anche predestinato a manifestare gradualmente nel tempo la sua natura o struttura caleidoscopica e molto simile a quella dello stesso amore divino, per cui esso venga dispiegando in modo sempre più pieno tutte le sue multiformi potenzialità ed articolazioni: di fraternità solidale, di perfetta e stabile giustizia, di eguaglianza morale e spirituale, di perenne approfondimento conoscitivo, di bellezza estetica, di libertà dai bisogni e di un gran numero di attività intellettuali e materiali dovute non più ad una legge di necessità o di costrizione (come sulla terra) ma ad una legge di puro e gioioso diletto spirituale.

Non possiamo fare di Dio qualcosa di troppo umano perché cosí vediamo poco e male la sua trascendenza e la sua assoluta e intangibile sovranità, la sua incondizionata libertà e il suo illimitato potere di dare e di togliere, di esaltare e di umiliare, di premiare e di castigare. E non possiamo farne qualcosa di troppo poco umano perché il Dio che salva è un Dio che può e vuole salvare le creature solo dopo aver preso integralmente su di sé la condizione umana fino al sacrificio-espiazione della morte e della degradante morte di croce.

Gesù, ontologicamente e biblicamente parlando, non è solo il Dio vicino e il Dio con noi ma anche il maestoso e misterioso Kyrios che resta lontano e inaccessibile e che risulta conoscibile solo per progressiva rivelazione e nei limiti di essa, rivelazione che ha il suo punto più alto e culminante nella grande e compiuta Rivelazione di Cristo. Gesù è certo il Dio infinitamente “mite e umile di cuore”, il Salvatore, il Liberatore, ma è anche il Dio esigente che impartisce i suoi comandi, il Dio inflessibile verso impenitenti “operatori di iniquità”, il Dio che alla fine giudicherà il mondo e ogni singolo uomo comminando pene ed elargendo premi per l’eternità. Gesù non è solo il buon pastore, il padre misericordioso, l’amico comprensivo, il fratello caritatevole e generoso, ma è anche il radicalmente Altro, il Signore avvolto da una nube impenetrabile di sovrannaturalità, l’Onnipotente tre volte santo. E infine Gesù non è solo un Dio che dona la pace, ma anche un Dio che può procurare tormento e sottoporre a dolorosi sacrifici soprattutto i suoi più fedeli seguaci, né è solo un Dio familiare perché può esserlo e lo è solo in quanto egli è innanzitutto e soprattutto un Dio regale che incuta paolinamente “timore e tremore” (Fil 2, 12).

Almeno per quanto riguarda questo sito e l’autore di questo articolo, a dispetto delle apparenze, non c’è alcuna avversione verso Francesco, perché qui non si ha a che fare né con i “lefebvriani tradizionalisti”, né con “cattolici leghisti” che contrappongono Benedetto XVI al papa in carica, né con cattolici congenitamente sospettosi e “complottisti” come Socci e le fondazioni religiose che lo hanno come punto privilegiato di riferimento, né con altri gruppi cattolici di cui è nota l’esistenza ma non l’esatta fisionomia. Il nostro papa è Francesco e noi siamo con Francesco, sempre e comunque, anche se crediamo fermamente e non certo per un puntiglio meramente nominalistico che il nome di Dio non sia uno solo come lui sostiene con una evidente forzatura teologica (Il nome di Dio è misericordia, Piemme, 2016) ma triplice o trinitario com’è la realtà stessa di Dio, ovvero verità, giustizia e misericordia.

Ma in ogni caso, va ribadito, per quanto “rigidi”, siamo con Francesco anche quando in coscienza riteniamo che egli necessiti del nostro filiale e umile sostegno oltre che di una speciale illuminazione divina, sostegno che non è disdicevole leggere anche come critica o protesta costruttiva e insieme come preghiera particolarmente affettuosa e accorata.