Il castigo di Dio nella vita e nella storia degli uomini

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

La segreteria dello Stato Vaticano, nella sua requisitoria contro il povero padre Cavalcoli, reo a suo giudizio di aver attribuito i recenti terremoti dell’Italia centrale a un castigo divino causato dalla sempre più rilevante legittimità riconosciuta nella società ad unioni civili e a pratiche omosessuali evidentemente perverse, si è sbagliata nel dire che parlare di castighi di Dio in relazione a terremoti, a inondazioni e ad ogni altro genere di calamità spirituali, significa non solo offendere tanti innocenti deceduti nel corso dei ben noti e catastrofici eventi che hanno riguardato alcune regioni e località del nostro Paese ma anche sostenere idee che non rientrano nella teologia e nell’insegnamento della Chiesa quanto semmai in una mentalità pagana risalente al periodo precristiano.

Il primo o antico testamento, che risulta essere a pieno titolo parte integrante della dottrina cristiana è stracolmo di castighi divini, che a volte hanno il significato di vere e proprie punizioni inflitte a causa di una inguaribile malvagità umana e che altre volte e più frequentemente rivestono una funzione educativa per la quale il Signore attraverso i suoi castighi, per quanto severi, cerca di correggere le cattive inclinazioni dei suoi figli. Nel nuovo testamento e negli stessi vangeli il concetto di castigo divino non è affatto assente, come tendono a pensare erroneamente diversi ecclesiastici e teologi cattolici, ma ben presente anche se formalmente più amalgamato con il tema dell’amore e del perdono divini da una parte e con quello della giustizia divina dall’altra, laddove tuttavia misericordia e giustizia sono pur sempre due facce della stessa realtà di Dio.

Al paralitico miracolosamente guarito, Gesù dice: “Ecco, sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio” (Gv 5, 14). Cosa significano queste parole se non che la punizione di Dio, al pari della sua misericordia, è sempre possibile a causa del peccato e di condotte umane ostinatamente peccaminose?

E il padrone del servo infedele può arrivare quando meno quest’ultimo se lo aspetta e “lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli” (Lc 12, 46). Pietro, nella sua seconda lettera, nel far riferimento ai falsi profeti e ai falsi maestri, scrive: “Attirando su se stessi una rapida rovina, molti seguiranno la loro condotta immorale e per colpa loro la via della verità sarà coperta di disprezzo. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma per loro la condanna è in atto ormai da tempo e la loro rovina non si fa attendere”, la loro rovina “non si fa attendere” non solo dopo questa vita ma già nel corso di questa vita terrena, come si evince incontrovertibilmente dal contesto in cui questo brano è inserito e in cui si ricorda che Dio aveva punito il mondo antico, al tempo di Noè, “inondando con il diluvio un mondo di malvagi”, aveva ridotto in cenere le città di Sodoma e Gomorra, “lasciando un segno ammonitore a quelli che sarebbero vissuti senza Dio” (Pt 2, 4-6).

Ma è proprio Gesù a profetizzare giorni molto duri per gli uomini, giorni in cui la morte giunge inaspettata per colpevoli e innocenti (benché, a causa del peccato originale, non esistano esseri umani assolutamente innocenti), giorni terribili molto simili al “giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà”: “in quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle…chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot…in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata” (Lc 17, 30-36). Gesù ci invita a vigilare spiritualmente, ad essere sempre pronti a lasciare questo mondo, a non illudersi di avere ancora del tempo prima di morire, perché al contrario la morte può giungere improvvisa e senza preavviso e in modi non prevedibili. La storia umana conferma continuamente la veridicità del suo monito, anche se molti continuano a non credere in esso, come avviene ancora oggi presso tutti coloro, a cominciare da tanti uomini di Chiesa, che tendono a minimizzarne la portata e a negare che Dio possa castigare il genere umano. 

D’altra parte, com’è ben noto, sempre Gesù, nel corso della sua predicazione terrena, caccia violentemente coloro che fanno commercio di cose sacre nel Tempio di Dio, e nell’Apocalisse giovanneo, se da una parte si legge che “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo” (Ap 3, 19), dall’altra si apprende che tutti coloro che non vogliono convertirsi dai propri peccati saranno gettati “in un letto di dolore” e “in una grande tribolazione” o potranno essere persino “colpiti a morte” (Ap 2, 21-23).

Infine va da sé che il castigo dei castighi resti l’inferno dove “sarà pianto e stridor di denti” per l’eternità. Questa è la dottrina cristiana, questo è e deve essere oggetto della fede in Cristo, perché tutto questo è Parola di Dio, è vangelo, è sacra scrittura, è nuovo testamento, non il portato di una mente malata e ossessionata dal castigo di Dio. Il Signore onnipotente può amare e può punire come e quando vuole ed egli non potrebbe amare veramente se non fosse anche capace di punire severamente.

Peccando ho meritato i tuoi castighi, recita la preghiera più nota e canonica del sacramento della confessione o riconciliazione. Anche questa preghiera rituale è per caso sconosciuta alle alte gerarchie ecclesiastiche? Proprio perché mi riconosco sempre e comunque degno dei castighi di Dio e colpevole di non aver corrisposto al suo amore, posso non già pretendere o dare per scontata ma invocare, attendere fiduciosamente e riconoscere la sua misericordia. E’ incomprensibile e triste ad un tempo, dunque, che persino alti prelati ritengano di poter presentare l’amore divino come un dato di fatto totalmente indipendente dai comandamenti divini.

In fondo, non è forse vero che il genere umano una punizione divina esemplare la conobbe già allorché esso fu scacciato dall’Eden e scaraventato su questa terra di dolore, di malattia e di morte? Quella punizione non continua forse a riverberarsi in qualche modo nelle vicende terrene, nonostante esse siano state misericordiosamente inscritte da Dio nell’universale vicenda salvifica del suo Cristo Salvatore? Com’è possibile che molti ironizzino scioccamente su chi si azzardi a parlare, in conformità alle non equivoche lezioni della Bibbia, e sia pure solo in senso possibilistico o ipotetico, di castigo divino a proposito delle funeste calamità naturali che non di rado colpiscono le popolazioni in diverse parti del mondo? Va al contrario ribadita la legittimità del pensiero di quanti, ormai sempre più minoranza spirituale, affermano, umilmente e non necessariamente in quanto “tenebrosi necrofori”, che il Signore è e resta evangelicamente libero di ammonire, punire, castigare e condannare, anche se è contemporaneamente e infinitamente capace di perdonare, aiutare, amare, premiare.

Il fatto che Cristo sia venuto una volta per salvare e non per giudicare e condannare non deve essere inteso come una sua impossibilità ontologica ad intervenire correttivamente o severamente sugli avvenimenti della storia umana, fermo restando il principio teologico che Dio creatore non punisce mai per distruggere ma per aiutare l’umanità a convertirsi a pratiche di verità, di carità e di giustizia. Cristo giudicherà al suo ritorno sulla terra, nel senso che quello sarà il momento del giudizio universale e della destinazione finale delle anime al loro destino di vita o dannazione eterne, ma questo non implica affatto che egli assista impassibile a tutto quello che nel frattempo succede nel tempo e nella storia, perché con un atteggiamento del genere consentirebbe all’umanità di precipitare in un abisso di vizio e di corruzione, che è pur sempre conseguenza non del tutto eliminabile del peccato originale, e quindi di autodistruggersi molto prima dei termini salvifici stabiliti da Dio ab aeterno. Il Dio trinitario della nostra fede continua a inviare, nella vita e nella storia degli uomini, segni importanti della sua presenza tra noi: segni ora di particolare benevolenza, ora di riprovazione e di santa collera. E questi segni sta ad ognuno di noi coglierli e decifrarli di volta in volta.

Non si può dimenticare che quando Cristo sta ormai per spirare sulla croce, il velo del tempio si squarcia a metà da cima a fondo,  a causa di un terremoto (Lc 23, 45 e Mc 15, 38). Non è dato sapere se in quell’occasione ci siano state vittime ma il segno anticipatore di un castigo divino per tutti coloro che avevano oltraggiato e avessero continuato nel tempo ad oltraggiare il Figlio di Dio è assolutamente inequivocabile. 

La punizione o il castigo è parte integrante della misericordia e della giustizia di Dio e non antitetico ad esse. Certo, questo concetto, assolutamente radicato nel racconto biblico-evangelico non è oggi, persino intra moenia Ecclesiae, “politicamente corretto”, ma il vero credente dovrebbe sapere che il “politicamente corretto” è molto speso figlio della menzogna e dell’ipocrisia, per cui dovrebbe esser capace anche di tirar diritto per la sua via che è pur sempre una via difficile e sofferta.

Il Signore dona, il Signore toglie: come e quando lui vuole. Non siamo noi, con le nostre categorie melliflue o comunque troppo antropomorfiche di misericordia e pietà umana, a poterne sindacare l’operato. E’ stato detto chiaramente: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Gv 15, 1-2).

I tralci evangelicamente infruttuosi, per esempio quelli che pur raggiunti dalla Parola di Dio se ne fanno beffe o se la ritagliano a proprio piacimento, prima o poi devono essere tagliati perché non servono a niente e anzi sono dannosi, ma persino i tralci che portano qualche frutto vanno potati, cioè vanno ripuliti e liberati da germogli superflui che toglierebbero vigore alla vite. Persino i seguaci più virtuosi, impegnati e coerenti di Cristo sono soggetti a momenti di difficoltà e di stanchezza, a forme di chiusura e di passività spirituali, di indulgenza verso le proprie debolezze, a situazioni critiche insomma che possono comprometterne o arrestarne la resa o la produttività, per cui anch’essi vengono sottoposti dall’agricoltore, dal Padre, a potatura, a una severa disciplina, attraverso le prove piccole e grandi della vita, affinché portino frutti in abbondanza.

Talune iniziative del Padre, anche se ci sembrano dolorose e quasi ciniche, hanno come obiettivo una crescita, una promozione, non una mortificazione e una distruzione. La logica divina può sembrare paradossale ma in realtà si regge su una sapienza cui non può accedere l’uomo orgogliosamente portato a ridurre l’amore divino a forme molto parziali e soggettive del suo proprio amore: a colpi di punizione divina si può avanzare verso la salvezza ma ci si può anche ostinare a non convertirsi e a perdere ogni speranza di salvezza, mentre una vita tranquilla e lineare e quindi priva di asperità esistenziali e di particolari sofferenze può anche condurre alla perdizione eterna.

Ma non ci sono solo le Scritture a dimostrare la fondatezza della tesi qui sostenuta, perché anche la Tradizione, la testimonianza profetica di non pochi santi, e il più recente magistero pontificio concorre moltissimo a dimostrarne l’assoluta attendibilità. Altro che paganesimo, superstizione ed epoca precristiana, come ha sostenuto temerariamente la Segreteria di Stato del Vaticano in polemica con il domenicano frate Giovanni Cavalcoli. Ecco cosa hanno scritto alcuni pontefici del ’900, secondo quanto evidenziava giustamente Roberto De Mattei in un suo articolo del 2011.

Durante la prima guerra mondiale Benedetto XV disse che “le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio” (Benedetto XV, Discorso ai predicatori quaresimali di Roma del 19 febbraio 1917) e, nel 1921, nell’enciclica In preclara summorum, scrisse con molta chiarezza che “Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità”.

Pio XII, in relazione ai tragici fatti d’Ungheria, nell’enciclica Datis Nuperrime del 5 novembre 1956, ebbe ad ammonire che il Signore “come giusto giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna”, e il cosiddetto “papa buono”, ovvero Giovanni XXIII, in un Radiomessaggio del 28 dicembre 1958, esattamente due mesi dopo la sua elezione al soglio pontificio, non esitò ad affermare che “l’uomo, che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini”; perciò “Egli [Gesù] vi dice di fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi”, cui avrebbe fatto eco Benedetto XVI, nell’Udienza Generale del 18 maggio 2011: “Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo”.

Anche Paolo VI, con candore quasi di neofita, aveva esclamato tristemente in una omelia del 13 marzo 1966, “Come siamo meschini, come siamo davvero colpevoli al punto da meritare i castighi del Signore!”. E Giovanni Paolo II sottolineava che  “Dio ricorre al castigo come mezzo per richiamare sulla retta via i peccatori sordi ad altri richiami” (Udienza generale del 13 agosto 2003). Ma persino papa Luciani, ovvero Giovanni Paolo, in appena 33 giorni di pontificato, e per l’esattezza solo 5 giorni prima di morire, aveva trovato modo e tempo per affermare che  ci sono “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio…perché direttamente contrari al bene dell’umanità e odiosissimi, tanto che provocano, più degli altri, i castighi di Dio” (Basilica di San Giovanni in Laterano, 23 settembre 1978).

La Chiesa di mons. Becciu, segretario di Stato, e di papa Francesco è sempre del parere che il parlare di castigo e castighi di Dio stia a denotare una spiritualità pagana, anticristiana e indifferente alle disgrazie da tante persone patite anche a causa di determinati eventi catastrofici? La Chiesa cattolica, la nostra Chiesa, sa perfettamente che, solo riconoscendo la divina facoltà di castigare oltre la vita terrena e anche durante essa, è possibile riconoscere senza ipocrisia e in modo veramente sincero la misericordia stessa di Dio. La nostra Chiesa comprende che il castigo e i castighi divini, lungi dall’essere una negazione della divina misericordia, ne sono semmai un effetto e un effetto ontologicamente inscritto nella universale giustizia di Dio.

Gli atei non possono sentirsene scandalizzati per il fatto che non credono in niente e anzi credono che la religione nel suo insieme sia un semplice inganno o una mera illusione, i credenti fedeli al Vangelo non possono invece dubitarne. Perché sentirsi offesi dalle parole di frate Cavalcoli? Un terremoto oggi colpisce le Marche e l’Umbria, domani può colpire la Calabria o la Sicilia, e un altro giorno può colpire Roma, la capitale della cristianità. Forse a Cavalcoli, che sotto il profilo biblico-evangelico ha colto correttamente un nesso tra castigo divino e terremoti, si può rimproverare di essere stato troppo assertivo, troppo univocamente sicuro che il terremoto dell’Italia centrale sia dovuto esclusivamente a unioni civili, pratiche omosessuali, messa in discussione del matrimonio e della struttura familiare tradizionale, ma teologicamente parlando il suo ragionamento è non solo condivisibile ma ineccepibile. E papa Francesco, che ha avuto l’idea per alcuni cattolici infelice di andare a commemorare Lutero in Svezia, farà probabilmente bene a rivedere la sua presa di posizione.