Per una rilettura del Prologo giovanneo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Il Verbo, il Logos, l’Intelligenza, la Ragione creatrice e ordinatrice di tutte le cose esistenti, la struttura originaria e portante del significato e del senso dell’universo e della vita stessa degli uomini, il principio sostanziale e il valore-finalità immutabili di ogni realtà creaturale, l’umanità stessa nel suo perfetto modello originario, la portata non contingente ed effimera ma immortale ed eterna dei beni e dei doni elargiti alle creature di ogni ordine e grado, tutto questo è ontologicamente costitutivo di quella suprema e superiore entità, per più aspetti non ancora compiutamente esprimibile nella sua interezza benché già ampiamente e significativamente definita da un ultramillenario sapere vetero e neotestamentario, che nella storia del genere umano è stata denotata con il termine Dio.

Prima di questa divina e misteriosa realtà o meglio senza di essa, era il buio, le tenebre, l’oscurità, il nulla, ma la sua inaccessibile dinamica creazionale diede luogo alla vita che si manifestò innanzitutto come luce e luce degli uomini, come luce che non annulla le tenebre ma risplende in esse a dimostrazione della schiacciante e invincibile superiorità della luce divina sulle tenebre. Cosí era, cosí è, cosí sarà. Questa luce, da intendere nel suo significato fisico, materiale, cosmologico, sensoriale, non poteva non essere percepita ancor più nel suo senso spirituale dagli esseri umani, presso cui diversi testimoni da Dio ispirati sarebbero comparsi avvicendandosi nel darne in vario modo testimonianza sino a quel Giovanni Battista, il più grande essere umano “tra i nati da donna”, che, pur senza essere egli la luce, ricevette da Dio il compito di dare una testimonianza particolarmente ravvicinata e precisa, sia in senso cronologico che spirituale, della stessa luce divina identificandola nella o con la persona storica di Gesù, il Messia, il Salvatore del mondo e dell’umanità. 

Giovanni fu un uomo grande  perché preparò, con la vita e la parola, la venuta radiosa della luce che salva, e rese possibile la fede stessa dei contemporanei in questa luce eternamente salvifica, ma fu un uomo piccolo non solo rispetto a Gesù, all’Agnello di Dio, ma persino rispetto a tutti coloro che, seguendo il Cristo, avrebbero conosciuto e sperimentato le profondità del pensiero e della volontà di Dio, attraverso un continuo e mai definitivo esercizio di ascesi spirituale volta a renderci sempre migliori in questo mondo e quanto più possibile degni della sovrabbondante misericordia divina anche in vista del mondo celeste.

Cristo, dunque, ovvero quel Verbo, quel Logos, quella Ragione, quella Giustizia, quella Misericordia e quell’Umanità, sempre antichi e sempre nuovi, fu la vera luce, si rivelò cioè come la fedelissima e limpidissima riproduzione su questa terra dell’alfabeto divino, di quell’alfabeto primario cui ogni altro alfabeto umano deve potersi rapportare ove non si voglia correre il rischio di farne un alfabeto di errore e non di verità, di male e non di bene, di iniquità e non di giustizia, di tenebre per l’appunto e non di luce o di vita. Il mondo è stato creato con quell’alfabeto e solo in virtù di esso può essere compreso correttamente e vissuto virtuosamente: l’uomo Adamo volle fare a modo suo peccando contro Dio per una felicità illusoria e contro la sua stessa vera felicità, ma egli era il punto più alto della creazione divina ed era cosí visceralmente caro al Creatore che questi, essendo un Dio onnipotente, non poteva rassegnarsi al clamoroso fallimento del suo grandioso progetto d’amore.

Volendo dunque far di tutto per salvare la sua creazione e in particolare quell’uomo che ne era il centro e l’apice, inviò nel mondo l’uomo perfetto, talmente perfetto da poter essere solo generato e non creato e da poter essere non solo vero uomo ma anche vero Dio e Dio egli stesso in quanto Figlio unigenito di Dio. Quest’uomo-Dio, destinato con la sua vita, la sua parola e le sue opere, a salvare tutte le cose e gli esseri umani creati da Dio ma infettati dal peccato d’origine e per questo avviati alla morte, continuò a proporre all’umanità tutta lo stesso alfabeto primigenio di verità e di vita cosí come ab aeterno era stato concepito dalla mente di Dio, rivelandone le reali e legittime possibilità di applicazione per tutte quelle creature che avessero voluto farne un uso fedele per redimersi dal e dai peccati, per tornare ad amare il Signore ed entrare di nuovo a far parte della sua vita immortale.

Quello stesso Signore che ci aveva creato, adesso era pronto a salvarci dalla perdizione e per questo non aveva esitato a sacrificare persino il suo unico Figlio, ma accadde, come continua ad accadere, che il mondo non lo riconoscesse e spesso ancor oggi non lo riconosca perché sottomesso a passioni egocentriche tenebrose piuttosto che a sentimenti nobili e luminosi di verità e di dedizione altruistica. “I suoi”, cioè la maggior parte del suo popolo, non lo accolsero duemila anni or sono perché infastiditi dal suo amore verso oppressi, poveri e diseredati più che verso se stessi e verso potenti o ricchi di turno cui rivolgersi o da cui dipendere nel tentativo di migliorare la propria posizione sociale, economica o professionale, e di vivere comodamente al riparo da ogni rinuncia e preoccupazione. Quel Cristo era disturbante allora anche per individui ipocriti, vanagloriosi e superbi, iniqui e perversi, empi e violenti, completamente chiusi ad ogni proposito di conversione spirituale e di serio rinnovamento esistenziale. Ma, in fondo, è sempre stato cosí, è e sarà cosí fino alla fine dei tempi.

Quelli però che, sotto il continuo influsso della sua grazia misericordiosa, lo accolsero e lo accolgono nei vari periodi della storia umana, sforzandosi non solo di ascoltare le sue parole ma di osservarle col metterle in pratica, hanno ottenuto da Dio il potere di diventare per grazia suoi figli adottivi, o meglio figli tout court di Dio in colui che per natura è il suo unico Figlio unigenito.

Coloro che credono e fanno di tutto per vivere nel nome di Cristo acquistano tale potere perché, benché generati biologicamente per via di concupiscenza e di passione carnale, rinascono in Dio e vengono ad essere nuovamente generati in senso spirituale per effetto dello Spirito Santo di Dio stesso, che conferisce loro una vita non solo nuova ma immortale. E ciò in conformità a quel Verbo divino che volle incarnarsi e volle scendere e vivere tra gli uomini pur serbando una natura puramente spirituale che non sarebbe stata alterata né dai sensi né dalle convulse e dolorose vicende temporali attraverso cui sarebbe dovuta concretamente e cruentemente passare. Gesù visse e soffrì da uomo sia per espiare il peccato d’origine dell’intera umanità sia anche per mostrare ad ognuno di noi che, pur dotati di una natura carnale, siamo chiamati a spiritualizzarla quanto più e meglio possibile, e per mostrarci altresì come e per che cosa dobbiamo vivere e morire per poter tornare alla gioiosa casa celeste.

Non si tratta di non essere cittadini del mondo ma di esserlo ricordandosi di poterlo essere molto di più cercando di essere cittadini del cielo, portando il celeste che è in noi nel terreno di cui siamo pur fatti anche se nella prospettiva di un graduale affinamento spirituale di esso e sino al ricongiungimento del nostro “terreno” decaduto con il nostro antecedente stato di perfezione celeste.

In tal senso, il Verbo incarnato ha la funzione redentivo-escatologica di risollevare la carne, la sarx, la corporeità, la psichicità e sensorialità, la stessa sessualità dell’uomo, alla loro originaria dimensione spirituale e a quella dignità impressa ad esse da Dio all’atto della sua creazione. In ogni essere umano, come ricorda san Paolo, coesistono due aspirazioni: quella dello spirito  e quella della carne, ma altro è che l’aspirazione dello spirito sia vissuta in funzione dell’aspirazione della carne, altro è, al contrario, che quest’ultima sia vissuta in funzione della prima. La morte di Cristo, offerta come sacrificio o espiazione redentiva per tutta l’umanità, è non solo il capolavoro d’amore e la perfetta morte gloriosa di colui che ha onorato pienamente, con vita e opere, la volontà del Padre, ma anche il modello paradigmatico di morte gloriosa per quanti, cercando di cogliere e approfondire continuamente il senso delle sue parole e dei suoi insegnamenti, abbiano concepito e concepiscano la vita come perenne campo di lotta contro ogni atteggiamento spirituale che fino alla fine tenda a privilegiare gli illeciti ed egocentrici richiami della carne rispetto ai giusti e santi richiami dello spirito  coincidenti fondamentalmente con l’osservanza almeno tendenziale, anche se non meramente intenzionale ma concretamente fattuale, dei comandamenti vecchi e nuovi del Signore (quindi eterni), sintetizzabili nell’amore non formale e non farisaico verso l’Altissimo uno e trino e nell’amore altrettanto sincero e onesto verso il prossimo, da intendere come quella determinata persona che, essendo realmente bisognosa, non solo venga chiedendo espressamente, di volta in volta e nell’ambito della nostra quotidianità, il nostro aiuto materiale o la nostra vicinanza morale, ma che venga interpellandoci anche solo in silenzio e confidando nel nostro attivo spirito di carità

Gesù Cristo, “che è Dio ed è nel seno del Padre”, ci ha rivelato Dio e Dio come Padre, che, avendo immolato il Figlio per la nostra salvezza, si aspetta che noi siamo giusti, non solo in quanto facciamo professione di fede in Cristo stesso e veniamo sacramentalmente giustificati nel suo unico e perenne sacrificio salvifico ma anche in quanto ci rendiamo fedeli e rispettosi esecutori dei suoi “comandi” e della sua divina volontà, sia pure tra incertezze e contraddizioni proprie della nostra condizione umana e per le quali va sempre implorato il suo perdono. Il Signore si è rivelato per farci comprendere che si salva chi non rinnega e non contesta la giustizia divina, e quindi anche gli insegnamenti biblico-evangelici in cui è espressa ed articolata, e chi in pari tempo comprende che la misericordia divina non si sovrappone ad essa, riducendone la consistenza e l’efficacia ontologiche, ma ne è parte integrante, sí che un uomo realmente misericordioso non possa non essere anche un uomo giusto, un uomo quindi non riduttivo o unilaterale in rapporto a princípi e valori tassativi della dottrina cristiana e solo in tal senso portato a chiedere a Dio misericordia e ad elargire a sua volta misericordia.