Quale donna libera?

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Già diversi anni or sono, in un articolo molto arguto e meritevole di attenzione, la giovane giornalista Laura Novak scriveva: «La donna: una figura complessa, anima e musa da millenni di immaginari. Nevrotica, intricata, compulsiva e istrionica. Degna di parole, fogli e interi romanzi. Simbolo dell’amore che muove il sole e le altre stelle; simbolo dell’odio che corrode l’affetto materno e la rende un’eterna Medea. Le pagine dei giornali sono impregnate di figure femminili che, in ambiti opposti, diversi ma forse simili, conducono a una riflessione. Donne mantidi, donne misantrope, donne fragili ma manipolatrici, donne libertine e traditrici. Donne che occhieggiano ai modelli letterari. Da Lady Macbeth a Giocasta, da Cassandra ad Agrippina, da Lucia fino a Giulietta, da Lady Chatterley a Violetta. Chi erano le donne di ieri? E come la storia le ha trasformate a tal punto da essere quelle di oggi?» (Le donne oggi. Quel che siamo state non basta?, in “Storia”, rivista on line di storia e informazione, n. 36, dicembre 2010).

 

Agli anni 60 risalgono le lotte femministe per la liberalizzazione sessuale delle donne. A distanza di più di mezzo secolo dall’inizio del processo emancipativo delle donne, quante di esse possono oggi dirsi realmente appagate sia sul piano umano che su quello sessuale? La Novak sostiene che l’essenza della società contemporanea resta maschilista, anche se oggi abbiamo donne di potere come Merkel o May o la regina Elisabetta, donne imprenditrici molto importanti in campo economico, editoriale, cinematografico e pubblicitario, e via dicendo. Peraltro, ad evolversi non sono stati solo i modelli della donna ma anche quelli del potere maschile, nel senso che oggi machismo e segregazione o discriminazione sessuale sono ancora esistenti anche se in forme nuove e diverse da quelle del pur recente passato.

 

Peraltro, il tradizionalismo antagonismo antifemminile dell’uomo si è aggiornato ma non è affatto scomparso. Quindi, la lotta attuale della donna contro la prepotenza maschile a tutti i livelli, se vuole sperare di essere ancora una lotta realistica ed efficace ai fini del raggiungimento di un’effettiva paritarietà tra i due sessi, non può conservare quelle caratteristiche di istintiva e rabbiosa durezza, di astratto ed esasperato rivendicazionismo, che erano appartenute alle lotte femministe della seconda metà del 900, perché oggi il problema non può più essere quello di un radicale affrancamento della donna dalla figura maschile eliminando quest’ultima dalla propria vita personale, e quindi quasi che la donna, nella versione femminista sin troppo “mascolina” e non di rado anche omosessuale, possa essere pienamente libera solo a condizione di non dipendere in niente e per niente, e soprattutto in senso sessuale, dall’uomo.

 

Da questo punto di vista le cose, per certi aspetti, sembrano essere cambiate: nel senso che alcune donne non aspettano più di essere manipolate e condotte dagli uomini in camera da letto, nel luogo cioè in cui si compie massimamente l’atavico destino della natura femminile, quello di essere sottomessa ai piaceri maschili, ma passano anzi al contrattacco, manipolando a loro volta e piegando alle loro voglie spesso “interessate” il cosiddetto, sempre più a torto, sesso forte. Ma può essere questa la via per un’integrale liberazione della donna?

 

Purtroppo, anche a livello parlamentare, che dovrebbe rappresentare uno degli ambiti etico-culturali più qualificati di una nazione, si ha a che fare soprattutto con ex veline o ex pr di certe grandi metropoli, con donne provenienti dalla moda, dai rotocalchi giornalistici e televisivi, o comunque da esperienze di vita ben poco indicative da un punto di vista intellettuale e culturale. Donne più belle, più piacenti, che intelligenti, si può senz’altro dire, e naturalmente protette o “lanciate” da questo o quel potente di turno.

 

Ecco: si è passati dal vecchio femminismo, che riteneva di tutelare la dignità del corpo femminile agitandolo quale strumento esclusivo nelle mani di chi lo possedeva ed esibendolo anche pubblicamente nelle forme più sconce e provocatorie (e svuotandolo quindi di ogni pur pretesa sacralità), ad un più moderno rivendicazionismo femminile che teorizza l’assoluta libertà della donna di fare del proprio corpo e della sua stessa vita quello che vuole ma non per evitare la sua sudditanza al maschio quanto, al contrario, per rendersi ancora più disponibile alle sue voglie sulla base di una sua presunta libera iniziativa! Il corpo è della donna e solo la donna può farne quel che vuole! Questo è lo slogan che ispira attualmente a livello planetario qualunque iniziativa finalizzata a salvaguardare la dignità e la libertà delle donne.

 

Di fatto, però, la donna usa sempre peggio il suo corpo, ne abusa e lo svende spesso senza neppure rendersene conto, lo butta via in modo irresponsabile e tuttavia in modo altrettanto consapevole! Questo tipo di donna è quello che si sta facendo strada sempre più rapidamente nell’odierna mentalità femminile pur incontrando ancora, ma sempre meno frequentemente nello stesso campo maschile, istintive riserve mentali, critiche intrise più di maldicenza e di ipocrita moralismo che non di sano e costruttivo senso morale, accuse malcelate e non sempre disinteressate di sfrontato arrivismo. E cosí accade che la soglia della dignità femminile tenda a spostarsi sempre più in alto: alla donna massmedia, pubblica opinione e giustizia ordinaria riconoscono dignità anche se usa linguaggi sempre più volgari o scurrili di tradizionale appannaggio maschile, anche se veste in modo sempre più esasperatamente attillato persino nei pubblici uffici o nelle scuole di ogni ordine e grado, anche se persino in chiesa tende a scoprire il proprio corpo ben oltre consolidati criteri di decenza accavallando le gambe già abbastanza scoperte in posizione eretta o indossando indumenti fatti apposta per evidenziare o lasciare scoperte parti anatomiche che andrebbero considerate piuttosto intime e tali da non dover essere ostentate o esibite.

 

Questa è la tendenza mentre la stessa Chiesa, temendo di alienarsi il consenso o la simpatia di molte donne, ormai appare sempre più timida nello stigmatizzarne, al cospetto di fedeli e parrocchiani, modelli obiettivamente indecorosi di comportamento persino tra le sue mura. Questa è la tendenza di cui purtroppo la Chiesa cattolica sembra risentire più di quel che le sarebbe consentito dalla sua storia, dalla sua dottrina, dalla sua missione, mentre essa appare molto più brillante ed accattivante nell’assecondare l’umanitarismo più istintivo e scontato delle masse, delle piazze, della grande comunicazione mediatica. E’ una Chiesa che finge di non vedere o decide scientemente di non menzionare criticamente nella loro globalità molte realtà umane intollerabili agli occhi di Dio mentre non esita ad essere concessiva a piene mani su temi cui ovviamente, almeno da un punto di vista teorico e culturale, il nostro mondo non può non schierarsi dalla parte di un disinvolto e indiscriminato umanitarismo:immigrati, diritto al lavoro, pace, giustizia sociale, lotta alla mafia e ai narcotrafficanti, ambiente, parità e uguale dignità tra i sessi, omosessuali.

 

Su queste cose la Chiesa è sempre pronta, è sempre in prima fila a pronunciare parole che non possono non riscuotere l’ammirazione e l’entusiasmo di molti, ma sembra ignorare o trascurare le radici più antiche dei fenomeni spesso aberranti che essa viene pur denunciando. Se si parla contro lo sfruttamento del sesso, del corpo e della persona umana nella sua interezza, senza cogliere le dinamiche di erosione antropologica che, ora nel segno di bieca conservazione sociale, ora nel segno di un equivoco progressismo sociale, vanno intaccando sempre più profondamente la struttura morale e spirituale delle singole individualità, e quasi sottacendo o minimizzando precisi e rigorosi avvertimenti biblico-evangelici, non si può certo essere in grado di adempiere il compito profetico di testimonianza affidato da Cristo alla sua Chiesa.

 

La missione della Chiesa non può ridursi a parole pure importantissime, ma suscettibili di essere usate come semplici slogan, quali misericordia, perdono, comprensione, tenerezza, umiltà. Tutto questo rischia di non avere alcun valore se non viene inscritto in una logica divina di verità, di giustizia, di lotta incessante contro le propensioni terrene alla menzogna e al male, di sottomissione sia pure tormentata alla volontà stessa di Dio. Accanto a quelle parole il buon pastore non dovrebbe mancare di evocare, con pari enfasi religiosa, la giustizia di Dio, il giudizio finale di Dio con il premio del paradiso o la condanna dell’inferno, la collera e il castigo di Dio non solo alla fine dei tempi verso coloro che siano stati portatori o strumenti impenitenti di menzogna e di iniquità ma anche talvolta nella stessa storia umana con avvertimenti e punizioni concreti e significativi pur se finalizzati alla conversione di tante anime traviate.

 

Ed è in questo quadro che anche le donne, per tutto quello che, come sopra detto, rientra nella sfera della loro libertà e responsabilità personali, necessiterebbero non solo di essere sostenute e incoraggiate, apprezzate, valorizzate e lodate, ma anche, e pur sempre con amorevole severità, rimproverate, ammonite, catechizzate meglio di quanto forse non si abbia il coraggio di fare, rendendole ben consapevoli dei delicati compiti e delle grandi responsabilità che il progetto salvifico di Dio assegna anche a loro e non meno che agli uomini. Al contrario, si preferisce tacere o, al più, sfiorare appena certi argomenti, con la conseguenza che generalmente le donne, o almeno un gran numero di donne, non sentono realmente il bisogno di interrogarsi sulle probabili ambiguità della propria libertà, su ipotetici nodi irrisolti della propria vita spirituale, su possibili e silenti contraddizioni annidate nella propria coscienza morale e nei comportamenti giornalieri.

 

E cosí, di rimozione in rimozione, i problemi sono destinati ad ingigantirsi e a concorrere in modo sempre più virulento  all’incancrenimento della vita ecclesiale e comunitaria e degli stessi rapporti interpersonali e sociali. Infatti, venendo spesso meno alla sua funzione profetica ed educativa, la Chiesa lascia campo libero ad un laico pensiero collettivo che viene manifestandosi, come rileva ancora Laura Novak, con «commenti goliardici e boccacceschi, con ammiccamenti e risatine», e questo sia «verticalmente, in tutte le fasce di età», sia «orizzontalmente, lungo tutte le fasce sociali. Dal laureato all’operaio». Per cui, si chiede significativamente Novak, «le donne, quelle vere, casalinghe, lavoratrici, laureate precarie, ricercatrici senza lavoro, madri, mogli, figlie, sorelle dal multiruolo, dove sono? Sono protagoniste in questa società, oppure continuano a essere semplici spettatrici di un mondo che non da spazio alle capacità? Si possono davvero raggiungere, ancora e soprattutto per una donna, degli obiettivi con la disciplina e il rigore del lavoro? E per farlo, quando e perché il corpo di una giovane donna, cosciente delle proprie armi intellettive, ma nel contempo, fiera della sua femminilità, diventa ostacolo o scorciatoia» (cit.)?

 

Sono dunque sempre e soltanto gli uomini a voler manipolare, usare, mercificare, possedere come mero strumento di piacere, le donne, o, ormai, non è altrettanto vero che siano le donne stesse a voler catturare l’interesse del maschio con una massiccia amplificazione delle proprie qualità estetiche e relazionali, con un’arte seduttiva ovviamente non dichiarata ma socialmente sempre più pervasiva e molto più visibile e operativa che nei passati decenni? Tutto questo potrà incrinare l’atavico dominio dell’uomo sulla donna o non finirà per confermarlo e radicalizzarlo? L’uomo contemporaneo il più delle volte non sembra interessato a questa problematica, quali che siano le sue opinioni in merito: se ne sta a guardare.

 

Ma allora è necessario che donne non ancora asservite a questa falsa civiltà dell’immagine prendano l’iniziativa e, con l’auspicabile apporto di uomini ancora non indifferenti alle sorti storiche e religiose del genere umano, si mettano a contrastare intelligentemente, con le armi della ragione e della dialettica pubblica, un fronte femminile-femminista maggioritario che, di conquista in conquista e di rivendicazione in rivendicazione, sembra solo capace di favorire l’affermazione di un’idea di donna libera teoricamente molto diversa da un’immagine di donna licenziosa e libertina ma, nella sua concreta fenomenologia storica, sempre più simile a quella “donna leggera”, eternamente “romantica” anche se intimamente lasciva, puerile e immatura anche se esteriormente controllata, disimpegnata anche se in qualche modo istruita, superficiale anche se professionalmente e socialmente attiva, narcisista anche se apparentemente educata, gentile ed altruista: quella “donna leggera”, per l’appunto, che, per dirla con Simone de Beauvoir (“Quando tutte le donne del mondo”, 1982, dal 2006 pubblicato da Einaudi), è l’esatto contrario di una donna libera