Diderot tra filosofia "sistematica" e inquieta razionalità

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Fu meritoriamente introdotta dal matematico illuminista ed enciclopedista Jean-Baptiste Le Rond D’Alembert l’efficace distinzione logico-metodologica tra esprit de système ed esprit systèmatique. Il primo, lo «spirito di sistema», tipico dei sistemi filosofici seicenteschi, denota un pensiero chiuso, puramente ipotetico-deduttivo, non fondato sui fatti e sulle prove empiriche, e quindi non circolarmente e fecondamente collegato o interconnesso all’esperienza sensibile, unitario ma solo in senso astratto e non dinamico e aperto a sempre ulteriori sviluppi, revisioni e approfondimenti, che siano funzionali ad un sapere realmente concreto e produttivo; il secondo, lo «spirito sistematico»  denota invece un pensiero aperto, problematico e critico in quanto costantemente fondato su dati empirici su cui vengono convalidandosi o invalidandosi le sue categorie conoscitive e i suoi stessi metodi logico-procedurali, e infine concretamente e non astrattamente unitario perché l’unità conoscitiva in esso perseguita non è statica e definitiva ma basata su una relazionalità dinamica intercorrente tra tutte le sue parti per cui tale unità è in continuo divenire ovvero consistente nel continuo e inesauribile perfezionamento dell’ordine conoscitivo complessivo già acquisito.

Ora, il vero campione dell’illuminismo francese e dell’esprit sistèmatique che filosoficamente lo caratterizza fu Denis Diderot, al quale va riconosciuta la maggiore paternità di quell’opera così significativa ed emblematica dello “spirito dei lumi” che è stata l’Encyclopédie. Per Diderot il mondo è materia in movimento da cui si origina e si sviluppa anche la vita nelle sue diverse forme e nei suoi diversi gradi. Benché si sia formato da adolescente presso un collegio di gesuiti, egli viene discostandosi poi nettamente da questa sua originaria esperienza religiosa, aderendo al pensiero laico generato dalla rivoluzione scientifica moderna e facendosi promotore di un razionalismo fortemente critico, antidogmatico e quindi contrario ad ogni “spirito di sistema” che non va confuso con quello “spirito sistematico” che, come detto, caratterizza invece la ricerca illuminista, e di un razionalismo infine problematico e problematico nel senso che pone problemi, domande, dubbi, piuttosto che fornire risposte e soluzioni definitive e assolute non solo sul piano specificamente scientifico su cui al più propone ipotesi o interpretazioni pur sempre soggettive ma anche sul piano morale, politico e religioso, e sul piano della più intima esperienza personale.

Per Diderot il mondo è materia in movimento da cui si origina e si sviluppa anche la vita nelle sue diverse forme e nei suoi diversi gradi. Benché si sia formato da adolescente presso un collegio di gesuiti, egli viene discostandosi poi nettamente da questa sua originaria esperienza religiosa, aderendo al pensiero laico generato dalla rivoluzione scientifica moderna e facendosi promotore di un razionalismo fortemente critico, antidogmatico e quindi contrario ad ogni “spirito di sistema”, e infine problematico e problematico nel senso che pone problemi, domande, dubbi, piuttosto che fornire risposte e soluzioni definitive e assolute non solo sul piano specificamente scientifico su cui al più propone ipotesi o interpretazioni pur sempre soggettive ma anche sul piano morale, politico e religioso, e sul piano della stessa più intima esperienza personale.

Non c’è dubbio infatti che la personalità diderotiana fu alquanto curiosa e inquieta, instabile e contraddittoria pur in una ricchezza di ricerche, di spunti e riflessioni veramente originali e stimolanti. Come ha scritto Manlio Duilio Busnelli, «di volta in volta, i più disparati contrasti della sua sensibilità si rispecchiarono anche nelle sue idee. Il cinico bestemmiatore del cristianesimo si commoveva sino alle lacrime assistendo alle cerimonie del Corpus Domini; l'impudico autore dei Bijoux indiscrets s'improvvisava paladino della virtù; l'araldo della rivoluzione inneggiava all'autocrate Caterina di Russia, e, in un commento al Beccaria, si dichiarava contrario oltreché all'abolizione della pena di morte, anche all'integrale soppressione della tortura. Ma frammezzo a tante contraddizioni, circola nelle sue opere un'inesauribile dovizia d'idee geniali e feconde. ……..Filosofo per antonomasia lo chiamavano i contemporanei; e in realtà il Diderot rimane uno dei più tipici interpreti della coscienza del tempo. Abbandonate le vie tradizionali della fede, egli tese ogni sforzo dell'intelletto a spiegare la natura senza Dio, prendendo la ragione per guida infallibile».

Se in quella che viene considerata generalmente come la sua principale opera scientifica, ovvero L’interpretazione della natura (1753/54), viene abbozzando una embrionale visione evoluzionistica che si sarebbe posta quale premessa del lavoro svolto successivamente da Lamarck prima e da Darwin poi, i veri teorici (soprattutto il secondo) dell’evoluzione, è altresì vero che proprio dall’opera appena citata e dai suoi fogli di guardia su cui era pubblicato il manoscritto autografo impropriamente intitolato La Prière du sceptique non emerge un pensiero filosofico ateistico ma un pensiero moderatamente agnostico o, se si vuole, come qualcuno ha scritto, un pensiero ateo problematico, nel senso che vi si scorge non tanto una scepsi radicale su una questione metafisica e teologica quale l’esistenza di Dio quanto piuttosto una velata nostalgia del trascendente, del sovrannaturale, del divino: «O Dio, non so se esisti, ma penserò come se tu vedessi nella mia anima e agirò come se fossi davanti a te. Se talvolta ho peccato contro la mia ragione o la tua legge, non sarò molto soddisfatto della mia vita passata ma non sarò meno tranquillo per la mia sorte futura, perché tu hai dimenticato la mia colpa nel momento stesso in cui l’ho riconosciuta. Io non ti chiedo niente in questo mondo perché il corso delle cose è necessario in se stesso se tu non ci sei oppure per tuo decreto se esisti. Spero nelle tue ricompense nell’altro mondo se c’e, anche se quel che faccio in questo io lo faccio per me stesso. Se sono buono, è senza sforzo; se non faccio del male, è senza pensare a te…. Non potrei fare a meno di amare la verità e la virtù, e di odiare la menzogna e il vizio, anche se sapessi che tu non esisti o se invece credessi che tu esisti e te ne senta offeso. Ecco come sono io, parte necessariamente organizzata di una materia eterna e necessaria, o, forse, tua creatura. Ma se sono altruista e buono, che cosa importa ai miei simili che questo avvenga per un puro caso, per atti liberi della mia volontà o per il soccorso della tua grazia? E ogni volta, [giovane], che tu reciterai questo simbolo della nostra filosofia, leggi anche quanto segue: solo l'uomo onesto può essere ateo. Il malvagio che nega l'esistenza di Dio è giudice e parte: è un uomo che ha paura e che sa che deve temere un futuro vendicatore delle azioni malvage che ha commesso. L’uomo buono, al contrario, che vorrebbe tanto vantarsi di un rimuneratore futuro delle sue virtù, lotta contro il suo interesse personale». 

In senso rigorosamente cristiano, è naturalmente una preghiera che lascia molto a desiderare. Comunque, nonostante il tono assertorio con cui il filosofo francese tende a ribadire la serenità della propria coscienza in fatto di morale, quel che qui emerge non è l’orgoglio del razionalista ma piuttosto la sua umiltà, per quanto forse inconscia, ovvero la sua capacità di dubitare di una pretesa autosufficienza dell’umana razionalità e di riconoscere che, se “il dubbio è il primo passo verso la verità”, è tuttavia improbabile che quest’ultima possa esaurirsi in un procedimento critico-metodologico di tipo dubitativo: se da un punto di vista razionale la verità non può essere assoluta e definitiva, non si può d’altra parte pretendere razionalmente che l’ultima parola di ogni verità storico-umana sia un assoluto ed irreversibile relativismo conoscitivo e morale o religioso.

Quel che sembra potersi dedurre è soprattutto il fatto che, per Diderot, e sia pure per il Diderot intimo e privato piuttosto che per quello pubblico o ufficiale, la partita tra ragione e fede, tra sapere scientifico e sentimento religioso, non solo non possa essere ritenuta impossibile ma risulti persino inevitabile e vantaggiosa per l’uno e l’altro termine. Il che, sia pure conflittualmente, non avrebbe tuttavia impedito al philosophe di condurre un’aspra battaglia polemica contro il cristianesimo storico, teologico ed istituzionale, contro i suoi dogmi e la sua morale, benché, per quanto formalmente trasgressivo e libertino, egli assumesse spesso un atteggiamento morale piuttosto rigoroso che lo avrebbe indotto a nutrire per esempio una profonda antipatia umana per un uomo e un filosofo come La Mettrie, non solo a causa del suo meccanicismo, per niente condiviso dal pur materialista Diderot, ma anche per il suo viscerale immoralismo.

Diderot è un materialista antimeccanicista nel senso che, come del resto Maupertuis, a una concezione meccanico-creazionista cartesiana della natura sostituisce un’immagine dinamico-naturalistica del mondo e della scienza. Per lui il caso, la contingenza, l’arte della natura giocano un ruolo fondamentale in quella grande storia che, secondo lui, è la storia dell’evoluzione sempre inedita e sorprendente, ma rigorosamente antifinalistica, della materia, dell’universo, della natura. Una storia in cui anche l’uomo, per l’interno dinamismo della natura, viene formandosi, al pari di tutti gli altri esseri, di cui anch’esso condivide totalmente origini e destini.

Tuttavia, Diderot sostiene che tra l’uomo e l’animale esiste non già un rapporto di continuità, una differenza quantitativa o di grado ma proprio una differenza di struttura che non si limita al solo fatto che l’uomo associa o combina le idee mentre l’animale non ne è capace, benché alcuni studiosi sostengano che la differenza non riguardi tanto il piano biologico e ontologico quanto il piano storico-naturale su cui l’uomo risulta «dotato di una specifica poieticità progressiva che lo caratterizza e lo differenzia in termini di specie naturale. Il lavoro vivente delle arti meccaniche nell’Encyclopédie diventa allora un’arte di lavorare in genere, di fabbricare con lo spirito» (Rita Messori, Metafore della natura e natura della metafora in Diderot, in “Aisthesis” 2/2014, p. 76 © Firenze University Press). Ora, non è che, da materialista coerente, Diderot rigetti la tesi dell’ “anima materiale”, ma rivendica tuttavia per l’uomo questa specificità, che lo separa profondamente dagli altri animali: una particolare attitudine poietica, ovvero produttiva e creativa dello spirito. E tale specificità non segna forse una differenza ontologica tra l’uomo e gli animali? Se si riconosce che «il lavoro vivente delle arti meccaniche nell’Encyclopédie diventa … un’arte di lavorare in genere, di fabbricare con lo spirito», per cui l’arte «è una forma tipica dell’esperienza umana in generale, propria dell’animale uomo e solo di esso. L’uomo sarebbe il solo animale capace non soltanto di pensare, ragionare o parlare, ma anzitutto di stabilire una logica comunicativa delle azioni produttive che genera, nel seguito della storia naturale, con il contributo della memoria, una razionalità operativa progressiva impensabile negli altri animali. L’uomo è diverso, oggi, da com’era milioni di anni fa; il lupo, ad esempio, no, è sempre lo stesso animale. L’uomo è dunque l’animale pensante tecnico-storico» (ivi); ecco, se si riconosce tutto questo, per quale ragione tra uomo e animali o altri animali non dovrebbe ravvisarsi l’esistenza di una precisa distanza o diversità ontologica? Per Diderot, l’uomo è un prodotto sorprendente dell’evoluzione della materia, e dunque egli conferma di essere materialista, ma al tempo stesso egli nega che l’uomo sia una macchina e assume pertanto una netta presa di posizione contro il meccanicismo al quale nega valore eziologico.

Più che una “macchina” l’uomo è un riflesso di quel grande organismo vivente che è l’universo stesso. Il materialismo di Diderot è un materialismo non meccanicistico, nel senso che l’unica realtà esistente è la materia in movimento e in continua trasformazione ma non regolata in ogni suo aspetto dalle leggi della meccanica che Dio avrebbe impresso originariamente in essa subito dopo la creazione. Per il materialismo diderotiano l’universo non è un effetto prodotto da una causa superiore e non è una macchina che funzionerebbe secondo leggi proprie immutabili che quindi sarebbero logicamente antecedenti l’esistenza della stessa macchina, essendo esso un grande organismo vivente dotato di una sua forza, di una sua energia, di una sua vitalità intrinseche che vengono determinando il formarsi di realtà non riconducibili a leggi o forze esterne a quelle rigorosamente immanenti a quello stesso organismo vivente che è l’universo, il mondo, il mondo stesso dell’uomo. Ecco, ragione, coscienza, spirito, pur di natura materiale, comparirebbero nella catena evolutiva della materia come prodotto ultimo del processo fisico-chimico-biologico, estremamente complesso e non predeterminato o predeterminabile in nessuna delle sue fasi, di costruzione dell’intero corpo vivente.  Le conquiste del pensiero, della scienza e della tecnica sarebbero il frutto immateriale di un’attività mentale e spirituale generatasi materialmente ma in sé capace di operare produttivamente al di fuori di qualsivoglia rapporto di causalità e di dar luogo ad opere immateriali.

C’è pertanto, si può ben affermare, una differenza ontologica tra l’uomo e gli animali o se si vuole tra l’uomo e animali diversi da lui, anche se Diderot non usa questo termine e anche se la sua riflessione sul “senso della vita” in genere non può definirsi certo esistenzialmente esaltante: «Cos’è un essere? La somma di un certo numero di tendenze. Le specie non sono che tendenze, verso un termine comune che è loro proprio. E la vita? La vita, un seguito di azioni e reazioni. Da vivo reagisco in massa…da morto agisco e reagisco in molecole…dunque non muoio? No, senza dubbio, in questo senso non muoio affatto né io né chicchessia…nascere, vivere e trapassare è cambiare forme» (D. Diderot, Sogno di D’Alembert, Milano, Universale Economica 1952, pp. 59-60). Però, ritornando alla “prière”, si scopre che la razionalità laica e certamente antidogmatica di Diderot è meno univoca e più tormentata e conflittuale di quanto non appaia nella letteratura critica diderotiana, perché, pur essendo fuori discussione la sua marcata e talvolta eccessiva avversione cattolica ed anticlericale, certe espressioni usate dal philosophe in quella composizione religiosa sembrano così spiritualmente ispirate e così poco riconducibili ad una matrice deista, seppure non ancora rispondenti al grado di sincerità richiesto dalla preghiera cristiana, da indurre a ritenere che essa stessa non costituisca un fatto episodico o occasionale nella sua vita più intima quanto piuttosto il venire esplosivamente alla luce di un nascosto e represso ma persistente e radicato sentimento religioso.

Da una parte, in Diderot si leggono giudizi tremendi come il seguente: «L’interesse ha generato i preti, i preti hanno generato i pregiudizi, i pregiudizi hanno generato le guerre, e le guerre dureranno finché ci saranno pregiudizi, i pregiudizi finché ci saranno i preti, e i preti finché ci sarà interesse a essere tali» (D. Diderot, La passeggiata dello scettico 1747, Milano, Serra e Riva 1984, p.XII). E alla voce “Filosofo” dell’Encyclopédie, egli viene contrapponendo polemicamente, sebbene in questo caso dogmaticamente, la grazia divina alla ragione umana, quasi che tra l’una e l’altra debba sussistere necessariamente un rapporto di incompatibilità: «la grazia determina il cristiano ad agire, la ragione determina il filosofo». Dall’altra, però, Diderot sente il bisogno spirituale di rivolgersi a Dio, per quanto ipotetico esso possa essere, e al Dio della misericordia che perdona coloro che riconoscono le proprie colpe e se ne pentono (“tu hai dimenticato la mia colpa nel momento stesso in cui l’ho riconosciuta”), e questo rapporto tra la persona orante e il Dio invocato è tipico quanto meno di un credo religioso teistico e non deistico e quindi di un credo religioso opposto sia all’ateismo che all’agnosticismo, nonché diverso dal panteismo in quanto il divino non viene identificandosi con il mondo ma è sempre altro dal mondo esistente.

E’ già evidente come, in questo caso, la posizione diderotiana diverga da quella concezione casuale e pre-evoluzionistica che, anche grazie a Diderot, avrebbe avuto molta fortuna nel ’700 portando ad escludere la necessità di una superiore causa prima e di un Dio creatore. Ma Diderot va oltre perché, per quanto colga bene la funzione mistificatrice che la Chiesa cattolica, il cristianesimo istituzionale, e certe forme di predicazione evangelica, sono venuti assolvendo storicamente, non c’è suo scritto in cui la verità del vangelo e del vangelo nella sua forma o nella sua scrittura originaria venga minimamente messa in discussione. Nelle “Memorie per la storia del giacobinismo scritte dall’abate Barruel” (Tomo I, parte seconda, pp. 67-68, 1799), si legge a un certo punto che «malgrado lo zelo anticristiano, ardente, e sempre enfatico di Diderot…egli non aveva meno dei momenti di una sincera ammirazione per il vangelo. Ne citerò ciò che ho inteso raccontare dall’Accademico che ne fu testimonio. Il signor Bauzée entra un giorno in casa di Diderot, e lo trova che spiegava a sua figlia un capitolo del vangelo con tanta serietà, ed interesse, con quanto avrebbe potuto farlo un padre veramente cristiano. Il signor Bauzée se ne mostra sorpreso. Vedo, risponde Diderot, quel che volete dire, ma infine quali migliori lezioni potrei io darle, dove troverò io di meglio?».

In sostanza, c’è un Diderot ufficiale che si erge ad audace e spregiudicato paladino  dei diritti di un pensiero non più “minorato” ma capace di vedere e giudicare la realtà e i tanti ambiti conoscitivi del sapere senza le lenti spesso deformanti e fuorvianti della tradizione teologica ed ecclesiastica, ma c’è anche un Diderot segreto che coesiste sia pure conflittualmente con il primo e che viene esprimendo, a tratti ma non occasionalmente, il profondo disagio spirituale di un grande e originale artista della razionalità umana dinanzi alla domanda primaria di ogni seria indagine speculativa sul mondo, dinanzi alla domanda delle domande circa la ricerca del valore e del senso (o non senso) di ogni consapevole e responsabile itinerario esistenziale: la presenza o l’assenza nella vita degli uomini di un Dio misericordioso e giusto pronto a perdonare le sue creature e a ricompensarle per i loro meriti o a punirle per le loro colpe mai rimosse. Non bisogna peraltro dimenticare che, come ricorda lui stesso, nel 1741, a ventotto anni d’età, a Parigi Diderot stava «per prendere la “fourrure” [l’abito ecclesiastico] e assidermi tra i dottori della Sorbona, ma poi ho incontrato una donna bella come un angelo e desiderai di andare a letto con lei» (in A. M. Wilson, Diderot: gli anni decisivi, Milano, Feltrinelli, 1984, p. 41). Dunque, in quel caso la carne aveva vinto sullo spirito (e in tanti altri casi la carne avrebbe continuato a dettar legge), ma evidentemente della sua formazione religiosa Diderot non si sarebbe mai completamente sbarazzato e lo avrebbe anzi costretto persino nella maturità a porsi il problema della trascendenza, del sovrannaturale, del divino.

Quella “preghiera” è un indizio molto significativo di quanto fosse radicato in Diderot l’istinto naturale di cercare rifugio in un sia pure ipotetico Creatore benigno che potesse alla fine conferire senso ad una vita che nessuna razionalità umana, da sola, è in grado di rendere significativa e sensata. La preghiera del filosofo francese è lì a dimostrare che per lui dalla sempre intatta e realistica possibilità che Dio esista e amorevolmente si occupi degli uomini deriva la conseguenza che il valore universale, così assiduamente e ostinatamente asserito da non trascurabile parte della comunità filosofica e scientifica, della scienza, del caso e della contingenza, dell’evoluzione e del relativismo conoscitivo, viene a subirne un drastico ridimensionamento a beneficio della insopprimibilità della fede in un Dio, non importa se per lungo tempo ignorato o disconosciuto, della grazia e del perdono.  

Peraltro, che l’implicita seppur contrastata propensione diderotiana a credere in un Dio personale e provvidenziale non sia da ritenere epidermica o marginale rispetto al suo pur intenso e voluminoso impegno filosofico-scientifico è anche dimostrata dai non infrequenti richiami a Dio, all’Eterno, all’Onnipotente o al Creatore in un libro assolutamente centrale nella produzione filosofica e scientifica di Diderot quale l’Interpretazione della natura (si vedano i paragrafi 6, 50, 51, 56, e 58), cui la “preghiera” è allegata. Nonostante le contrarie apparenze, l’ateo Diderot fu meno ateo di quanto generalmente si pensi e il senso del divino lo accompagnò per tutta la vita, pur continuando a lavorare alacremente ad un progetto di razionalità critico-scientifica non supinamente predisposta a farsi pilotare da valutazioni teologiche e metafisiche.

Ha scritto uno studioso di Diderot: «Diderot è consapevole di quanto la credenza nella “garanzia” divina sia, tutto sommato, un privilegio esistenziale di cui nessuna razionalità può indurre a privarsi. Non solo, vi è nel Nostro la convinzione, che non di irreligiosi abbia bisogno il mondo per migliorarsi, ma di persone rette e buone, poiché questo è il fine da perseguire. Se vi sono persone che si comportano in maniera positiva seguendo la religione, non c’è nessun buon motivo di censurare la loro fede, anzi (come si vede con la marescialla) meritano anche encomio. Posizione che ad alcuni è parsa contraddittoria; non è così. La ragione problematizzante, tollerante e pragmatica, di Diderot non può che tenersi lontana da ogni dogmatismo che si scagli acriticamente contro la religione per partito preso, senza fare quindi distinzioni tra una realtà che vede persone spinte al bene dalla religione ed altre, invece, al male» (C. Tamagnone, L’illuminismo e la rinascita dell’ateismo filosofico, Firenze, Clinamen, 2008, 2 vol., vol. II). Che è un’utile avvertenza per coloro che, nel nome degli ideali illuministici, conducono ipocrite quanto insensate crociate contro ogni forma di fede nel divino e nei suoi piani salvifici.