Lc 1, 26-38: “Rallegrati, Maria”

Scritto da don Dario De Paola on . Postato in Articoli e studi

 

L’evangelista Luca ci presenta l’esperienza fondamentale della vita di Maria, un’esperienza che fa di lei una donna unica e decisiva nella storia della salvezza. Nel piccolo villaggio di Nazareth convergono lo sguardo di Dio e le attese dell’umanità nel cuore docile di Maria.

La parola di Dio risuona in un paesino sconosciuto, in un luogo profano, una casa. Il luogo sacro è Maria. “Gioisci, rallegrati” è la prima parola che Dio pronunzia attraverso l’angelo, nel Vangelo. Un invito, quasi un comando a gioire, ad esultare. Il perché è detto subito dopo: “il Signore è con te”. Al Signore sta a cuore la nostra gioia che deriva dall’accoglienza della sua Parola, il Verbo eterno. E’ la gioia del Vangelo di cui tanto ci parla papa Francesco. S. Luca ci dice anche come Dio vede Maria: completamente ricolma della Grazia. Il verbo (kecharitomene) al participio perfetto indica che Maria da ora è già ricolma di grazia, prima ancora di diventare la madre del Messia e suona come un titolo, quasi come il nuovo nome che Dio le assegna. Il turbamento della Vergine dinanzi a tali parole è comprensibile. Dio la sta raggiungendo con la sua Parola che le rivela la sua condizione di grazia. L’angelo conferma quanto detto “hai trovato grazia presso Dio” e le annuncia la maternità divina “concepirai un figlio”. Maria esce dal suo silenzio con una domanda: “come è possibile?”. E’ la percezione dell’infinita distanza tra creatura e Creatore. Ma è soprattutto una fede che si fa discernimento di fronte ad un progetto abissalmente distante dalle prospettive umane. La fede è dono, ma anche fatica di entrare nel disegno di Dio. La domanda della Vergine ci fa capire l’intelligenza della sua fede. Una fede che non si pone domande è triste e pericolosa; è come l’acqua stagnante. I dubbi, i quesiti, sono segno di una fede viva che ha bisogno di luce.

Nulla è impossibile a Dio”. Questa è la garanzia. Al Signore basta il “si”, l’accoglienza del suo disegno, al resto penserà lui: “lo Spirito scenderà su di te… la potenza dell’Altissimo…”. Ciò che appare un limite, una debolezza “non conosco uomo”, non è affatto un ostacolo, ma una opportunità per il Signore. La verginità di Maria diventa quella povertà radicale attraverso cui la potenza di Dio opera l’incarnazione del Verbo. Nel suo grembo il cielo tocca la terra. “Eccomi”: le sorti di una umanità sconfitta dalla prima donna, Eva, vengono ribaltate dall’obbedienza della Vergine Madre. “Sono la serva del Signore”: la parola serva si collega alla tradizione dell’AT per cui “servo” era Abramo, Mosè, Davide e persino il Messia (“il servo di Jhwh”). Servo è colui che ha la consapevolezza di avere una missione decisiva da compiere. Nel momento dell’annunciazione Maria si dichiara consapevole di qualcosa di inesprimibile, ineffabile ed esprime la sua perfetta disponibilità attraverso il suo “fiat, avvenga” che non è semplice sottomissione, ma consenso gioioso e desiderio di veder realizzarsi il disegno divino (è questo il significato del verbo greco all’ottativo). E’ un desiderio gioioso di collaborare all’azione di Dio.

 Maria diventa il modello di ogni credente che nella quotidianità è pronto ad accogliere la volontà divina che si manifesta negli ambienti che frequentiamo. La Vergine è una persona libera che sa relazionarsi con Dio Padre (“il Signore è con te … hai trovato grazia presso Dio”), con il Figlio (“concepirai … darai alla luce… lo chiamerai”) e con lo Spirito (“scenderà su di te… stenderà la sua ombra”). La Madre di Gesù e Madre nostra ci sollecita ad un arduo salto di fede. Troppe volte la fede viene confusa con una vaga accoglienza dell’esistenza di Dio o con qualche esperienza che sa di sacro o di spirituale. Occorre mirare più su per provare a vivere “la misura alta della fede” tanto agognata per il cristiano da san Giovanni Paolo II e da papa Benedetto XVI.