Guardiamo a Maria con occhi innocenti

Scritto da Sandra Bonvicino on . Postato in Articoli e studi

 

Che tra noi cattolici ci sia una devozione assai grande e diffusa per la madre di Gesù è fuori discussione. A volte, sono le modalità e le forme di questa devozione che fanno storcere le labbra a qualcuno, anche se francamente non sempre le riserve espresse su determinati modi di manifestare la propria devozione mariana sono condivisibili. Che Maria si onori correttamente solo se abbiamo e manteniamo fortemente impressa nella mente e nel cuore l’immagine di Gesù, non c’è dubbio; che non ci sia modo migliore di manifestarle il nostro affetto e il nostro filiale attaccamento se non attraverso una vita incentrata su un comportamento onesto verso Dio e verso gli altri e umilmente spesa a favore di chi ha più bisogno del nostro aiuto, è altrettanto vero; che anche nel nostro modo di pregare, per quanto caratterizzato da grande trasporto spirituale, siamo tenuti a chiedere per noi e per i nostri cari ciò che sappiamo essere più gradito al Signore senza eccedere in richieste superficiali e pretenziose, non si può negare. Ma che poi, per coltivare una corretta devozione mariana, occorra essere anche ossessionati dalla preoccupazione di dire sempre e solo le cose che l’ortodossia cattolica o meglio una certa estetica cattolica prescrive, di non pronunciare il nome di Maria più di quanto si pronunci quello di Gesù per timore di poter preferire o anteporre inconsciamente Maria a Gesù, di non recitare troppo spesso in chiesa con altri o da soli il santo rosario per evitare possibili pericoli di ritualismo bigotto o di esibizionismo mistico, mi sembra francamente esagerato.  

Certo, bisogna sempre prendersi cura della propria vita religiosa, del proprio modo di sentire la fede, ma questo vale per tutti, vale anche per coloro che formalmente potrebbero essere considerati ineccepibili o irreprensibili e che magari non riescono ad esprimere, al di là dell’apparente ed esemplare correttezza in pubblico del loro modo di pregare e del loro portamento, quella freschezza e quella genuinità spirituale senza cui persino la preghiera più sobria ed eccelsa e il comportamento più serio ed equilibrato rischiano di valere ben poco agli occhi di Dio. Se uno attira scientemente l’attenzione su di sé con genuflessioni frequenti o atteggiamenti pseudomistici (come potrebbe essere uno sguardo sofferto e prolungato verso il crocifisso o verso il tabernacolo eucaristico o verso una qualunque icona presente in chiesa), oppure recitando preghiere con un tono di voce troppo alto che infastidisca l’altrui raccoglimento, o ancora conducendo o guidando sistematicamente la preghiera comunitaria con l’aria di chi sa orgogliosamente il fatto suo, o anche esercitando “ministeri” ecclesiali o parrocchiali come leggere la Parola di Dio o collaborare a servir messa o suonare l’organo e cantare inni o presiedere gruppi di preghiera con il convincimento un po’ vanesio di assolvere funzioni di alto valore spirituale, le critiche sono le benvenute, sono anzi doverose e necessarie se, in spirito di carità, sono volte a correggere e a migliorare determinati stili religiosi non del tutto confacenti al retto sentire della fede.

Beninteso, anche certe omelie “a ruota libera”, certe prediche “ad effetto”, anche certe celebrazioni eucaristiche piuttosto “scenografiche” e una gestualità “sacerdotale” a tratti istrionica o plateale, possono essere espressione di fede alterata e concorrere ad alterare la stessa fede comunitaria. Persino il fatto che un parroco deleghi sempre qualcuno a guidare in chiesa la recita del rosario, ritenendo di doversi dedicare a cose più importanti, o che spesso non trovi il tempo di confessare i suoi parrocchiani, può non essere in linea con una fede seria, matura, generosa e caritatevole. Le insidie sono tante, e i credenti, non qualcuno in particolare ma tutti i credenti (ivi compresi i preti), devono avere a cuore la propria educazione religiosa che è un’educazione non limitata nel tempo ma permanente. Tutto ciò, tuttavia, non può e non deve distogliere dalla giusta e doverosa esigenza personale di offrire al Signore e alla Madre celeste quello che ognuno di noi è, nella propria semplicità e spontaneità, nella propria capacità umana e spirituale di pregare non tanto secondo modelli stereotipati o secondo astratti formulari di pentimento di lode e ringraziamento, quanto  secondo i moti naturali del cuore e secondo una sensibilità personale che non sempre può essere rinchiusa entro gli schemi canonici del buon comportamento religioso e dell’esemplare modo cattolico di pregare. Che non significa necessariamente assecondare una sorta di acerbo spontaneismo religioso o qualunque tipo di stravaganza psicologica e spirituale, ma semplicemente essere capaci di indulgenza e di rispetto verso tutte quelle forme di preghiera e di invocazione e verso tutti quegli atteggiamenti religiosi e devozionali che, pur forse non perfettamente in linea con determinate norme ed indicazioni ecclesiali, non siano tuttavia incompatibili con la principale regola della spiritualità cattolica ed ecclesiale: l’offerta sincera ed onesta di sé al Signore e al prossimo. 

Perciò, quando su qualche rivista mariana, si legge che una devozione mariana è sbagliata solo perché «persone che sembravano essere normali, cioè avevano normali rapporti sociali ed erano cordiali, diventano improvvisamente come estranee. Le vedi solo col Rosario in mano; anche quando si celebra la Messa continuano ostinatamente a recitare il Rosario, occhi bassi e concentrati sul loro sforzo per non ascoltare nulla…persone  che diventano quasi aggressive se non ti vedono fare come loro, convinte che stiano salvando il mondo» (Maddalena di Spello, Guardando a Maria, in sito “Casa Madre SDB”, 2004-2005). Succede spesso che, quando ci si converte, e a dire il vero non ci si converte mai abbastanza, si venga modificando il proprio comportamento perché più assorti nella preghiera e immersi in una ricerca interiore particolarmente sentita ed impegnativa. Può succedere che chi era gioviale e aperto ora sia più riservato e discreto, può succedere che questa stessa persona avverta l’esigenza di recitare il rosario anche in determinate fasi della santa messa (come, per esempio, durante un’omelia obiettivamente stucchevole o durante l’esecuzione di canti piuttosto prolungati e stonati, o infine durante quelle pause di silenzio di notevole durata che certi sacerdoti si concedono e impongono incomprensibilmente all’assemblea tra la fine della predica e l’inizio della liturgia eucaristica o tra la fine di quest’ultima e la benedizione finale).

Può succedere, perché no, che qualcuno manifesti a volte la sua irritazione nel vedere che spesso alcuni non si preoccupino affatto di disturbare i fedeli raccolti in preghiera o in meditazione con inutili chiacchiere e comportamenti disdicevoli (come il camminare a braccetto parlando o dandosi qualche pacca sulle spalle al momento della santa comunione, come il blaterare ad alta voce in prossimità del confessionale in cui il sacerdote sta confessando i fedeli, l’accavallare le gambe o tenere scoperte parti del corpo che dovrebbero rimanere coperte). E’ curioso che generalmente siano oggetto di critica o di biasimo persone che, in fin dei conti, fanno proprio quello che un vero credente deve fare, ivi compreso qualche rimprovero che ritenga di muovere in casi di particolare indisciplina o scompostezza, mentre verso forme eclatanti di superficialità o di ipocrita conformismo religioso si ritenga di essere più benevoli e tolleranti.      

Si legge ancora: Maria chiede «di recitare il Rosario, ma non di trascurare la Santa Messa (recitando il Rosario durante la celebrazione!) o di disinteressarsi degli altri…», dove però è evidente che qualche volta recitare il Rosario durante la Messa può essere un modo di rendersi più partecipi di quel che si sta celebrando e che è molto meglio interessarsi degli altri nella vita che semplicemente in chiesa. Maria, si legge poi, ci invita ad accostarci spesso alla santissima Eucaristia non solo «per essere consumatori di Eucaristia, ma gente che offre la propria vita in sacrificio per tutti e versa il sangue per tutti in unione con Cristo» (Ivi). Ecco, su questo siamo perfettamente d’accordo: perciò vediamo di usare bene il nostro intelletto e di non litigare inutilmente. Guardiamo a Maria con occhi innocenti, privi di malizia e di protervia, ed ella ci insegnerà o ci indurrà ogni volta a giudicare in modo onesto e caritatevole.