Maria e "la fede adulta"

Scritto da Marta Sesti on . Postato in Articoli e studi

 

Quella secolare tradizione mariologica e devozionale che per molti secoli ha sottolineato in Maria gli aspetti di perfezione, potenza e quasi-divinità, può conciliarsi con la mariologia moderna che, richiamandone in primo piano l’umanità e quindi anche i limiti, tende invece ad evidenziarne una graduale crescita nello spirito, un’evoluzione per niente semplice e incontrastata della fede? Come si fa a mettere insieme Maria considerata come modello di perfezione, e quindi al di là di ogni debolezza e di ogni relatività, con la Maria pur sempre creatura, che soffre e lotta come ogni creatura umana e che coltiva una fede salda ma non avulsa da concrete e sofferte esperienze di vita? Ora, il problema è di capire che Maria è perfetta ma perfetta proprio nel senso che la sua fede è sottoposta e resiste alle tante prove difficili e laceranti della sua vita terrena e si rafforza proprio in quanto capacità spirituale di ottemperare alla volontà di Dio non al di fuori di ogni patimento umano ma in mezzo a contrarietà e a vessazioni esistenziali molto dure. In questo senso la perfezione di Maria non deve spaventare il credente perché, lungi dall’essere una perfezione disumana o meglio lontana dalle reali possibilità umane di raggiungerla, essa è frutto non solo di un’indole indubbiamente predisposta ad un’adorazione esistenziale e fattuale di Dio ma anche di uno sforzo continuo e generoso di ritrovare le ragioni della fede soprattutto nei momenti più oscuri e dolorosi e nelle vicissitudini più amare della vita.

Maria è una creatura perfetta non perché le sia stato garantito dall’alto una sorta di immunità rispetto alle miserie e ai travagli dell’ordinario vivere umano, non perché la grazia divina ne abbia in qualche modo ovattato la percezione dei drammi indubbiamente subiti, ma perché le notevoli contrarietà da lei realmente sperimentate, pur scuotendo talvolta violentemente la sua fede, non avrebbero mai avuto la meglio su quest’ultima e sulla connessa capacità di rimanere fedele a Dio e ai suoi comandamenti. Maria sarebbe stata perfetta nella sua capacità di sopportare il male, di servire e lodare il Signore senza soluzione di continuità, di offrirsi al suo prossimo con un amore mai offuscato o incrinato da quel risentimento o da quel rancore spesso presenti nel cuore di chi è stato offeso e umiliato. Ecco perché Maria sia come creatura, come donna e come madre, e insieme come sposa e come madre di Dio, può essere sentita realmente vicina a noi tutti. Certo, ella è una donna speciale, una donna inondata probabilmente come nessun altro dalla grazia di Dio, ma questo non attenua o non riduce la sua umanità, la sua volontà di combattimento interiore o la portata del suo spirito di servizio. Maria ha avuto di più da Dio ma per dare di più ed ella sarebbe stata capace di dare umanamente talmente tanto da meritare agli occhi del suo Signore di essere assunta in cielo e di essere incoronata regina degli esseri celesti e degli esseri umani.

E’ Gesù stesso che relativizza talvolta l’importanza di sua madre anche se poi, nella sua continua esaltazione degli umili e di quelli che non solo ascoltano la parola di Dio ma la mettono in pratica, non fa altro in primis che esaltare quell’umile donna e quella esemplare serva di Dio che sarebbe sempre stata proprio la ragazza di Nazaret andata in sposa a Giuseppe. Ma, si dirà, rispetto alle donne comuni, Maria ebbe l’indubbio privilegio di poter essere contemporaneamente vergine e madre, giacché, com’è noto, o si è vergini senza poter essere madri o si è madri senza poter essere vergini. Questo è vero, ma nella riflessione biblica contemporanea appare ormai chiara la consapevolezza, che in passato non era stata altrettanto chiara, «che la verginità di Maria nel concepimento di Gesù ha significato e importanza teologica (nulla è impossibile a Dio), non morale. In passato l’interpretazione morale della verginità di Maria ha avuto invece il sopravvento - determinata dall’innegabile sessuofobia della chiesa, soprattutto in certi periodi -, e l’idea sottintesa era che sarebbe stato “sconveniente”, “meno santo”, “meno nobile” se la nascita di Gesù avesse avuto qualcosa a che fare con l’uso del matrimonio e del sesso, come quella di tutti gli altri uomini». Per cui le donne comuni non devono sentirsi sminuite nel loro valore di donne (non capita d’altra parte che fra esse qualcuna sia “miracolata” o riceva grazie particolari da Dio?), ma possono invece ben sentirsi motivate a seguire Maria sulla via della fede e dell’amore, pregando semmai la benedetta fra tutte le donne a sostenerle nel lungo e faticoso cammino verso la casa del Padre. 

Ma, per donne e per uomini, non si tratta soltanto di “pregare Maria”, perché per certi aspetti è possibile che siano esatte le seguenti considerazioni. E’ stato scritto che «a un livello più alto del “pregare Maria” si trova il “pregare con Maria”. Questo secondo livello è anche più impegnativo in senso morale, perché significa considerarla non più modello astratto e irraggiungibile, dea madre esente da debolezze e relatività, impermeabile a tutto quanto è umano, solo astrattamente pietosa dei peccatori e dei sofferenti, ma sentirsi inseriti personalmente in un cammino di fede in cui Maria è modello ma anche compagna di strada. Nei secoli passati il fatto che fossero rivolte a Maria tante preghiere soprattutto di domanda (leggi “richiesta di grazie”, preghiera comunque umanissima e non disprezzabile, in quanto significa mettere dinanzi a Dio una situazione di bisogno) sottintendeva una certa “mancanza di confidenza” con Dio e una visione gerarchica che dalle realtà sociali sconfinava in quelle spirituali; chi ha bisogno di un favore da parte di qualcuno molto potente, ma anche molto temibile, ha maggiori possibilità di successo se gli fa inoltrare la richiesta da qualcuno che gode di credito presso di lui. Oggi noi sappiamo di non aver bisogno di intermediari in questo senso; che Dio è più vicino a noi di noi stessi, e che il Mediatore, inteso come colui che mette in comunicazione la natura umana e quella divina, è Gesù stesso e solo lui. Si può quindi recuperare in modo più corretto e più profondo, pur nella rinuncia a certi orpelli di dubbia autenticità teologico-spirituale, il rapporto filiale e fraterno con la prima donna del N.T., senza farne né una specie di dea madre né un’avvocata di difesa: Dio non è il nostro avversario in tribunale né il nostro giudice, e noi abbiamo lo Spirito che “intercede per noi”, ma nell’intimo della nostra natura umana. Se non si ha troppo timore di mettere in discussione quanto è stato sacralizzato e considerato indiscutibile (spesso indebitamente) da secoli di prassi ecclesiale e di devozione popolare, si scopre che è possibile riconoscere a Maria una fisionomia più autentica e, per così dire, più autenticamente salvifica» (Lilia Sebastiani, Maria interpella una fede adulta, in sito “Formazione Religiosa”).